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Analisi di mercato

Perché le acciaierie italiane sono strategiche: Taranto, industria, territorio e futuro autonomo dell’Italia e dell’Europa

L’Italia non può permettersi di perdere la propria industria siderurgica. E l’Europa non può permettersi di perdere la capacità di produrre acciaio al proprio interno.

Questa affermazione non cancella i danni ambientali, sanitari e sociali che alcuni grandi siti industriali hanno prodotto nei territori. Non cancella Taranto, non cancella il quartiere Tamburi, non cancella le responsabilità, non cancella le sofferenze dei cittadini e dei lavoratori. Anzi, proprio perché quei danni sono reali, il tema deve essere affrontato con serietà maggiore, non con slogan.

Il punto non è scegliere tra salute e industria. Questa contrapposizione, dopo decenni, ha dimostrato di essere fallimentare. Il vero tema è un altro: come salvaguardare i territori e nello stesso tempo non distruggere infrastrutture produttive che sono fondamentali per il futuro industriale, economico e strategico dell’Italia e dell’Europa.

L’ex Ilva di Taranto è il simbolo più duro e più evidente di questa contraddizione. È stata per decenni un grande motore industriale, ma anche una ferita ambientale e sociale. Oggi però la domanda non può essere soltanto “chiudere o non chiudere”. La domanda deve essere più alta: l’Italia vuole ancora essere un Paese capace di produrre acciaio, infrastrutture, macchine, cantieri, ponti, navi, impianti e lavoro industriale qualificato? Oppure vuole diventare completamente dipendente da acciaio prodotto altrove, magari in Paesi con standard ambientali, sociali e democratici inferiori?

La risposta dovrebbe essere chiara: bisogna convertire, bonificare, controllare, modernizzare e rendere compatibili gli impianti con salute e ambiente. Ma non bisogna perdere la capacità industriale.

Taranto come nodo nazionale ed europeo

L’ex Ilva di Taranto non è una fabbrica qualunque. È una delle più grandi infrastrutture siderurgiche d’Europa e rappresenta un nodo essenziale della produzione di acciaio primario in Italia. Attorno a essa ruotano lavoro diretto, indotto, logistica, porto, energia, trasporti, manutenzioni, fornitori, officine, carpenterie, impiantisti, servizi tecnici e una parte importante della manifattura nazionale.

Quando si parla di Taranto, quindi, non si parla solo di un’azienda. Si parla di una capacità produttiva nazionale.

L’acciaio prodotto a monte alimenta una filiera enorme:

  • costruzioni metalliche;
  • carpenterie;
  • infrastrutture;
  • cantieristica;
  • automotive;
  • macchinari;
  • impianti industriali;
  • energia;
  • ferrovie;
  • difesa;
  • edilizia;
  • elettrodomestici;
  • tubazioni;
  • componentistica;
  • logistica;
  • manutenzione industriale.

Una grande acciaieria non produce solo coils, lamiere o semilavorati. Produce continuità industriale. Produce capacità di rispondere a crisi, cantieri, ricostruzioni, transizioni energetiche e bisogni strategici.

Perché l’acciaio è una materia prima politica

L’acciaio non è una merce come le altre. È una materia prima trasformata, ma anche una materia politica. Senza acciaio non si costruisce quasi nulla di essenziale.

Settore Dipendenza dall’acciaio
Infrastrutture ponti, viadotti, ferrovie, porti, stazioni, reti
Edilizia strutture metalliche, armature, coperture, facciate, rinforzi
Energia eolico, fotovoltaico, reti, centrali, elettrodotti, serbatoi
Industria macchinari, impianti, linee produttive, telai, carpenterie
Difesa mezzi, cantieristica, strutture, componenti strategici
Trasporti treni, navi, mezzi pesanti, infrastrutture logistiche
Agricoltura macchine agricole, silos, strutture, attrezzature
Ricostruzione edifici, ponti, infrastrutture dopo eventi estremi
Transizione energetica turbine, supporti, reti, sistemi di accumulo, impianti

Un Paese che non produce acciaio resta un Paese che deve comprarlo. E chi deve comprare sempre da altri diventa più debole nei momenti di crisi.

Lo abbiamo visto con l’energia, con le materie prime, con i semiconduttori, con i farmaci, con le catene logistiche globali. Quando tutto funziona, la dipendenza sembra conveniente. Quando arriva una crisi, la dipendenza diventa vulnerabilità.

Perdere Taranto significherebbe perdere autonomia industriale

La perdita completa dell’ex Ilva non sarebbe solo la chiusura di una fabbrica problematica. Sarebbe la perdita di una capacità industriale difficilmente ricostruibile.

Una grande infrastruttura siderurgica non si ricrea in pochi anni. Servono aree, porti, reti energetiche, competenze, autorizzazioni, impianti, logistica, capitale umano, fornitori e una filiera tecnica. Una volta smantellata, questa capacità non torna semplicemente perché un giorno ci si accorge di averne bisogno.

Perdere completamente Taranto significherebbe:

Conseguenza Effetto
Perdita di produzione primaria Maggiore dipendenza da importazioni
Perdita di competenze Dispersione di tecnici, operai, manutentori, ingegneri
Indebolimento filiera Danno a carpenterie, centri servizio, officine, logistica
Minore peso contrattuale Italia più debole sui mercati dell’acciaio
Rischio prezzi Maggiore esposizione a shock internazionali
Meno sovranità industriale Dipendenza da Paesi terzi
Difficoltà nelle emergenze Meno capacità di produrre rapidamente materiali strategici
Perdita occupazionale Danno sociale diretto e indiretto
Desertificazione industriale Territori più poveri e meno capaci di attrarre investimenti
Maggiore import di carbonio Acciaio prodotto altrove con standard forse peggiori

Chiudere senza una strategia industriale alternativa non sarebbe ambientalismo. Sarebbe delocalizzazione del problema.

Se l’acciaio viene prodotto altrove con più emissioni, meno controlli e condizioni di lavoro peggiori, l’Italia non risolve il problema globale. Lo sposta fuori dai propri confini e diventa più dipendente.

Ambiente e industria: la falsa alternativa

Per troppi anni il dibattito su Taranto è stato costruito come una guerra tra due diritti: diritto al lavoro e diritto alla salute. Questa contrapposizione è inaccettabile, perché entrambi sono diritti fondamentali.

Un Paese serio non dovrebbe chiedere a una comunità di scegliere tra respirare e lavorare.

La soluzione non può essere continuare come prima. Ma non può essere nemmeno distruggere la capacità industriale senza costruire un’alternativa produttiva dello stesso livello.

La strada corretta è più difficile, ma è l’unica: conversione industriale, decarbonizzazione, bonifiche, controlli severi, trasparenza ambientale, tutela sanitaria, investimenti tecnologici, formazione, sicurezza sul lavoro e partecipazione del territorio.

Vecchio modello Nuovo modello necessario
Produzione a ogni costo Produzione compatibile con salute e ambiente
Controlli percepiti come ostacolo Controlli come condizione di legittimità
Territorio sacrificato Territorio come parte del progetto
Lavoro contrapposto alla salute Lavoro sicuro e salute tutelata
Impianti obsoleti Tecnologie moderne e decarbonizzate
Emergenze continue Piano industriale stabile
Opacità Dati pubblici, monitoraggi, responsabilità
Dipendenza da decreti Governance industriale credibile

Il futuro di Taranto non può essere il passato restaurato. Deve essere una trasformazione reale.

Convertire non significa chiudere

La parola “conversione” è spesso usata in modo confuso. Convertire non significa semplicemente spegnere gli impianti e sperare che nasca altro. Convertire significa trasformare una base industriale esistente in una filiera più pulita, moderna e sostenibile.

Nel caso siderurgico, conversione può significare:

  • riduzione progressiva delle fonti più inquinanti;
  • forni elettrici;
  • preridotto DRI;
  • idrogeno quando disponibile e sostenibile;
  • energia elettrica decarbonizzata;
  • uso intelligente del rottame;
  • cattura o riduzione delle emissioni dove necessario;
  • digitalizzazione degli impianti;
  • monitoraggio ambientale continuo;
  • copertura e gestione delle polveri;
  • bonifica delle aree contaminate;
  • sicurezza impiantistica;
  • formazione dei lavoratori;
  • riconversione delle competenze.

La conversione vera richiede investimenti enormi, tempi certi, tecnologie mature, energia competitiva e governance stabile.

Non basta annunciare acciaio verde. Bisogna costruire le condizioni industriali per produrlo davvero.

Il ruolo strategico delle fonderie e della siderurgia italiana

Quando si parla di “fonderie” in senso ampio, bisogna distinguere tra acciaierie a ciclo integrale, forni elettrici, fonderie di ghisa, fonderie di acciaio, fonderie di alluminio, produzioni speciali e trasformazioni metallurgiche. Tutte queste realtà, pur diverse, compongono una base industriale essenziale.

Le fonderie e le acciaierie italiane sono strategiche perché producono materiali, componenti e semilavorati che alimentano tutto il Made in Italy industriale.

Tipo di infrastruttura Ruolo strategico
Acciaierie a ciclo integrale Produzione primaria e grandi volumi
Acciaierie elettriche Riciclo rottame, prodotti lunghi, minore intensità carbonica
Fonderie di ghisa Componenti per macchine, automotive, impianti
Fonderie di acciaio Getti speciali, valvole, energia, industria pesante
Fonderie di alluminio Mobilità, meccanica, edilizia leggera
Centri servizio Taglio, prelavorazione, distribuzione
Laminatoi Barre, travi, coils, lamiere, prodotti lunghi e piani
Carpenterie Trasformazione in opere, strutture e componenti
Trattamenti Zincatura, verniciatura, termici, anticorrosione

Questa filiera non è sostituibile con un click. È fatta di competenze sedimentate, territori, scuole tecniche, fornitori, manutentori, officine e relazioni industriali.

Perdere un pezzo grande della filiera significa indebolire anche gli altri.

L’Italia come seconda manifattura europea ha bisogno di metalli

L’Italia è una delle grandi manifatture d’Europa. Il suo sistema produttivo non è basato solo su moda, turismo e agroalimentare. È basato anche su macchine, impianti, automazione, meccanica, carpenteria, edilizia, energia, automotive, cantieristica, arredamento tecnico, componentistica e industria.

Tutto questo richiede metalli.

Un Paese manifatturiero senza una base metallurgica forte diventa un assemblatore dipendente da altri.

Può ancora progettare, trasformare e vendere, ma perde controllo su una parte fondamentale della catena del valore.

Se l’Italia mantiene una base siderurgica Se l’Italia la perde
Maggiore autonomia industriale Dipendenza da importazioni
Filiera più controllabile Vulnerabilità a crisi globali
Maggiore capacità di innovazione Minore capacità di guidare la transizione
Lavoro tecnico nazionale Perdita di competenze
Più forza negoziale Prezzi e disponibilità decisi altrove
Possibilità di acciaio green italiano Import di acciaio con standard variabili
Continuità per costruzioni e meccanica Rischio per PMI e distretti industriali

L’acciaio non è solo un prodotto. È una condizione abilitante della manifattura.

Perché è un tema europeo, non solo italiano

L’Europa intera sta riscoprendo la fragilità della propria base industriale. La sovraccapacità globale, la concorrenza cinese, i costi energetici, i dazi americani, le tensioni geopolitiche e la transizione ecologica stanno spingendo l’UE a difendere i settori strategici.

L’acciaio è tra questi.

Se l’Europa perde produzione siderurgica, diventa più dipendente da regioni del mondo che potrebbero usare materie prime, energia e forniture come leve geopolitiche.

Inoltre, la transizione energetica europea richiede enormi quantità di metalli. Non si può fare una transizione industriale importando tutto.

Obiettivo europeo Perché serve siderurgia interna
Green Deal Acciaio per rinnovabili, reti, infrastrutture
Difesa comune Materiali strategici e autonomia
Ricostruzione Ucraina Enorme domanda futura di acciaio e infrastrutture
Mobilità sostenibile Ferrovie, tram, ponti, stazioni
Reindustrializzazione Macchine, impianti, componenti
Sicurezza energetica Strutture per reti e produzione
Economia circolare Riciclo e riuso di metalli
Sovranità tecnologica Filiera industriale meno dipendente

Taranto, Piombino, Terni, Brescia, Cremona, Vicenza, Udine, Dalmine, Trieste, Genova e molti altri poli metallurgici non sono solo questioni locali. Sono pezzi di una infrastruttura industriale europea.

Cosa significherebbe perdere completamente queste infrastrutture

Perdere completamente grandi acciaierie e fonderie non significa solo chiudere capannoni. Significa spezzare catene di competenze.

Le conseguenze sarebbero profonde.

1. Dipendenza dalle importazioni

L’Italia dovrebbe importare più acciaio e semilavorati. Questo esporrebbe il Paese a:

  • prezzi internazionali;
  • dazi;
  • guerre commerciali;
  • tensioni geopolitiche;
  • strozzature logistiche;
  • qualità non sempre controllabile;
  • standard ambientali diversi;
  • tempi più lunghi;
  • minore forza contrattuale.

2. Perdita di lavoro qualificato

La siderurgia e la metallurgia non creano solo occupazione numerica. Creano competenze tecniche difficili da ricostruire: manutentori, metallurgisti, saldatori, operatori di impianto, gruisti, tecnici ambientali, elettricisti industriali, meccanici, progettisti, addetti qualità, laboratori, tecnici di sicurezza.

Quando queste persone escono dalla filiera, non basta riaprire una fabbrica per riaverle.

3. Indebolimento dell’indotto

Ogni grande acciaieria alimenta un ecosistema:

  • trasportatori;
  • manutentori;
  • officine;
  • carpenterie;
  • impiantisti;
  • laboratori;
  • servizi ambientali;
  • logistica portuale;
  • imprese edili;
  • società di ingegneria;
  • pulizie industriali;
  • ricambisti;
  • aziende di sicurezza;
  • formazione tecnica.

La perdita dell’impianto principale colpisce tutto l’indotto.

4. Minore capacità di affrontare emergenze

In caso di guerre, crisi energetiche, ricostruzioni, terremoti, alluvioni, rottura delle catene globali o tensioni commerciali, avere produzione interna diventa decisivo.

Un Paese che non produce materiali strategici deve attendere fornitori esterni proprio quando tutti ne hanno bisogno.

5. Perdita di sovranità tecnologica

La siderurgia moderna non è tecnologia vecchia. È una delle sfide tecnologiche più complesse della decarbonizzazione: forni elettrici, idrogeno, preridotto, sensori, controllo emissioni, riciclo avanzato, qualità metallurgica, efficienza energetica, cattura delle emissioni, digital twin.

Chi perde questa filiera perde anche capacità di innovazione.

6. Spostamento delle emissioni fuori dall’Europa

Chiudere impianti europei senza ridurre la domanda di acciaio significa semplicemente importare acciaio prodotto altrove. Se altrove le emissioni sono più alte, il clima globale non migliora.

Si chiama carbon leakage: fuga del carbonio.

L’Europa riduce le emissioni contabilizzate sul proprio territorio, ma consuma prodotti emissivi realizzati fuori.

Il territorio non deve essere sacrificato

Difendere la strategicità dell’acciaio non significa chiedere ai territori di pagare ancora il prezzo della produzione. Questo sarebbe moralmente e politicamente inaccettabile.

Taranto ha già pagato troppo.

Per questo la salvaguardia industriale deve essere legata a condizioni severe:

Condizione Perché è necessaria
Decarbonizzazione reale Ridurre emissioni e superare il vecchio modello
Bonifiche Restituire sicurezza e dignità al territorio
Monitoraggio pubblico Rendere visibili i dati ambientali
Tutela sanitaria Proteggere cittadini e lavoratori
Sicurezza sul lavoro Nessuna transizione può accettare morti e incidenti
Partecipazione locale Il territorio deve essere ascoltato
Tempi certi Basta rinvii e promesse vaghe
Responsabilità chiare Chi inquina o non rispetta deve rispondere
Investimenti veri La conversione non si fa con annunci
Diversificazione economica Taranto non deve dipendere solo dall’acciaio

La vera sfida è questa: salvare l’industria senza ripetere il modello che ha ferito il territorio.

Taranto non deve essere solo acciaio

Difendere l’ex Ilva non significa condannare Taranto a essere per sempre una città monofunzione siderurgica. Al contrario, una vera strategia deve usare la conversione industriale per diversificare.

Taranto può e deve sviluppare anche:

  • portualità avanzata;
  • logistica mediterranea;
  • energie rinnovabili;
  • cantieristica;
  • ricerca ambientale;
  • tecnologie per decarbonizzazione;
  • formazione tecnica;
  • turismo culturale e marittimo;
  • bonifiche come industria specializzata;
  • economia del mare;
  • università e centri di ricerca;
  • manifattura collegata all’acciaio verde.

La siderurgia deve restare se diventa compatibile e moderna, ma non deve essere l’unica prospettiva del territorio.

Acciaio green: opportunità o slogan?

L’acciaio green può essere una grande opportunità, ma solo se viene trattato come progetto industriale vero, non come formula di comunicazione.

Servono:

  • investimenti plurimiliardari;
  • energia elettrica pulita e competitiva;
  • impianti DRI;
  • forni elettrici;
  • gestione del rottame;
  • infrastrutture per idrogeno o gas di transizione;
  • tempi certi;
  • bonifiche;
  • accordi sociali;
  • formazione;
  • clienti disposti a comprare acciaio low-carbon;
  • mercato europeo protetto da concorrenza sleale.

Senza queste condizioni, “acciaio verde” resta una parola.

Con queste condizioni, invece, Taranto potrebbe diventare un simbolo europeo: il luogo dove una delle crisi industriali e ambientali più difficili viene trasformata in una nuova piattaforma produttiva.

Il ruolo delle aziende a valle

La salvezza della siderurgia italiana non riguarda solo le grandi acciaierie. Riguarda anche le aziende a valle: carpenterie, centri servizio, costruttori metallici, produttori di macchinari, edilizia, impiantistica.

Queste aziende devono capire che la filiera nazionale è un patrimonio. Se vogliono acciaio tracciato, disponibile, certificato e magari a minore impronta carbonica, devono contribuire a creare domanda.

Cosa possono fare:

  • preferire forniture europee quando tecnicamente ed economicamente possibile;
  • chiedere certificati ambientali;
  • valorizzare acciaio low-carbon nei capitolati;
  • spiegare al cliente il valore della filiera corta;
  • collaborare con acciaierie e centri servizio;
  • ridurre sprechi di materiale;
  • progettare strutture più efficienti;
  • favorire riuso e riciclo;
  • creare offerte tecniche basate su qualità e tracciabilità.

La filiera si salva se il valore viene riconosciuto lungo tutta la catena.

Un nuovo patto industriale e civile

Il caso Taranto richiede un patto nuovo. Non basta un piano industriale scritto dall’alto. Serve un patto tra Stato, Europa, impresa, lavoratori, cittadini, territorio, università, ricerca e filiera.

Questo patto dovrebbe dire alcune cose chiare.

Primo: la salute non è negoziabile.

Secondo: il lavoro non è sacrificabile.

Terzo: l’ambiente non è un costo esterno.

Quarto: l’acciaio è strategico.

Quinto: la conversione deve essere reale, finanziata e controllata.

Sesto: il territorio deve avere voce.

Settimo: perdere l’impianto senza alternativa sarebbe una sconfitta nazionale.

Ottavo: mantenere l’impianto senza trasformarlo sarebbe una sconfitta morale.

La strada giusta sta tra questi due fallimenti.

Cosa dovrebbe fare l’Italia

L’Italia dovrebbe costruire una strategia siderurgica nazionale chiara, non basata solo sull’emergenza.

Azioni necessarie:

Azione Obiettivo
Piano industriale nazionale acciaio Capire quanta produzione serve e dove
Conversione Taranto Superare il vecchio ciclo più impattante
Energia competitiva Rendere possibile acciaio low-carbon
Bonifiche finanziate Riparare i danni ai territori
Formazione tecnica Salvare e aggiornare competenze
Protezione filiera Evitare concorrenza sleale e dumping
Sostegno a PMI a valle Aiutare carpenterie e trasformatori
Appalti verdi Creare domanda per acciaio italiano/europeo pulito
Riuso e rottame Rafforzare economia circolare
Trasparenza dati Ricostruire fiducia pubblica

La siderurgia non può vivere di decreti emergenziali. Ha bisogno di politica industriale stabile.

Cosa dovrebbe fare l’Europa

L’Europa deve capire che decarbonizzare senza produrre significa dipendere. La strategia europea deve quindi difendere la produzione interna mentre la trasforma.

Azioni europee:

  • energia a prezzi competitivi;
  • protezione da dumping e sovraccapacità;
  • CBAM efficace e anti-elusione;
  • sostegno agli investimenti in acciaio low-carbon;
  • appalti pubblici che valorizzino materiale europeo pulito;
  • tutela del rottame come risorsa strategica;
  • infrastrutture per idrogeno ed elettrificazione;
  • fondi per territori industriali in transizione;
  • formazione europea per competenze metallurgiche;
  • standard comuni per acciaio green.

Se l’Europa vuole autonomia, non può lasciare morire la propria siderurgia.

 

l recupero dei residui metallurgici come materia prima strategica

Il Ciclo Completo di Recupero nella Fonderia – Da Fumi a …

Il recupero di fumi, polveri, ceneri, fanghi e scorie di fonderia non deve essere visto soltanto come una pratica ambientale, ma come una possibile fonte secondaria di materie prime strategiche. L’Unione Europea, con il Critical Raw Materials Act, indica chiaramente la necessità di rafforzare estrazione, trasformazione e soprattutto riciclo delle materie prime critiche all’interno del territorio europeo, per ridurre dipendenze esterne e rendere più sicure le filiere industriali. In questa prospettiva, anche i residui metallurgici possono diventare parte di una nuova economia circolare: non più solo rifiuti da gestire, ma concentrazioni disperse di zinco, rame, ferro, nichel, cromo e altri elementi recuperabili se trattati con tecnologie adeguate.
Fonte: European Critical Raw Materials Act – Commissione Europea

Un caso particolarmente concreto è quello delle polveri da forno elettrico, note anche come EAF dust. Questi residui, prodotti nella siderurgia da forno elettrico, sono spesso classificati come rifiuti pericolosi a causa della presenza di metalli e composti indesiderati, ma contengono anche quantità rilevanti di zinco e altri metalli recuperabili. Il processo Waelz è una delle tecnologie più diffuse al mondo per trattare queste polveri e recuperare ossido di zinco, trasformando un problema ambientale in una filiera secondaria utile per galvanizzazione, chimica, ceramica e altri settori. Questo esempio mostra bene il principio centrale: più la fonderia misura e separa correttamente i propri residui, più può trasformare un costo di smaltimento in valore tecnico, ambientale ed economico.
Fonte: Application of Waelz Technology on Steel Mill Dust – documento tecnico EPA

Questa direzione è coerente anche con lo Steel and Metals Action Plan europeo, che riconosce acciaio e metalli come settori strategici per competitività, decarbonizzazione e autonomia industriale. Nel piano europeo, il riciclo e la valorizzazione delle risorse secondarie non sono aspetti marginali: diventano strumenti per ridurre dipendenze, contenere sprechi, rendere più competitiva la produzione europea e creare nuove filiere di lavoro qualificato. Applicato alle fonderie italiane, questo significa che fumi, scorie e fanghi non vanno più considerati solo come “fine del processo”, ma come inizio di un secondo ciclo industriale: analisi, separazione, recupero, raffinazione, certificazione e reimpiego.
Fonte: Steel and Metals Action Plan – Commissione Europea

Conclusione: salvare la fabbrica non basta, chiuderla sarebbe peggio

Le fonderie e le acciaierie italiane sono strategiche perché rappresentano molto più di una produzione industriale. Sono infrastrutture di autonomia, lavoro, competenza, sicurezza economica e futuro manifatturiero.

L’ex Ilva di Taranto è il caso più difficile, ma proprio per questo è anche il più importante. Non può essere difesa com’era. Non può essere chiusa senza conseguenze enormi. Deve essere trasformata.

Perdere completamente queste infrastrutture significherebbe rendere l’Italia più dipendente, più fragile e meno capace di costruire il proprio futuro. Significherebbe importare più acciaio, perdere lavoro qualificato, disperdere competenze, indebolire la manifattura, ridurre l’autonomia europea e spostare altrove emissioni e problemi.

Ma conservarle senza cambiarle significherebbe tradire i territori che hanno già pagato troppo.

La strada giusta è difficile ma necessaria: decarbonizzare, bonificare, controllare, modernizzare e rilanciare. Fare dell’acciaio non il simbolo di un passato industriale malato, ma il banco di prova di una nuova industria europea: più pulita, più sicura, più competente, più responsabile.

L’Italia e l’Europa non possono permettersi di perdere l’acciaio. Ma non possono nemmeno permettersi di produrlo come ieri.

Il futuro sta nella conversione vera: salvare la capacità industriale, salvaguardare i territori e restituire ai cittadini una promessa credibile di lavoro, salute e autonomia.

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