Il taglio laser a fibra, o tecnologia laser a stato solido, è la tecnologia di taglio più recente per la produzione e la lavorazione dei metalli, fece il suo debutto solo circa 15 anni fa. Le frese laser CO2 esistono da quasi mezzo secolo, ma la tecnologia laser a fibra è esplosa sulla scena e ha avuto un impatto sull’intera industria della fabbricazione della lamiera con la sua prodigiosa potenza e velocità.
In soli cinque anni, i laser a fibra avevano già raggiunto la soglia di taglio di 4 kW che ha richiesto ai laser CO2 circa due decenni per essere raggiunta. Oggi, i laser a fibra hanno raggiunto fino a 30kW e oltre. Contrariamente alla credenza popolare, la velocità non è tutto, ma è una testimonianza di quanto la tecnologia di taglio laser si sia evoluta.
Una macchina taglio laser a fibra fornisce un raggio estremamente intenso e amplificato alla testa di taglio della macchina laser. Il raggio viene prontamente assorbito nel materiale e non riflesso. La fibra riceve la sorgente luminosa dal risonatore della macchina da taglio laser e la porta alla testa di taglio controllata da CNC.
I laser a fibra possono tagliare metallo che ha uno spessore superiore a 30 mm., ma le prestazioni ottimali si ottengono sul taglio di metallo che ha uno spessore di 20 mm. o meno. Per la lavorazione di acciaio inossidabile, alluminio, ottone o rame, le frese laser a fibra stanno diventando note come l’opzione più veloce ed economica.
Le macchine taglio laser a fibra funzionano meglio quando l’azoto o l’ossigeno vengono impiegati come gas di assistenza. L’azoto può espellere il materiale fuso velocemente. L’uso dell’ossigeno come gas di assistenza crea un canale più ampio per espellere l’acciaio fuso. Il profilo del fascio più ampio produce anche velocità di taglio più elevate e una maggiore qualità del bordo di taglio su materiali più spessi.
Quali sono i vantaggi.
Le macchine taglio laser a fibra hanno una lunga lista di vantaggi:
Meno potenza di funzionamento. Di solito da un terzo alla metà di ciò di cui un sistema laser CO2 avrebbe bisogno.
Velocità di taglio più elevate. Una taglierina laser a fibra ad alta potenza può tagliare fino a cinque volte più velocemente di un laser CO2 convenzionale. Ad esempio, un 4KW CO2 in 16 GA Mild Steel che utilizza N2 come gas di taglio ha una velocità di taglio consigliata di 260 IPM; un laser a fibra altrettanto equipaggiato ha una velocità di taglio di circa 1.417 IPM – una bella differenza.
Più facile da mantenere. Le machine taglio laser a fibra non hanno specchi, lenti o soffietti da pulire e sostituire.
Costi iniziali: Man mano che questa tecnologia laser diventa più comune; i costi stanno diminuendo in tutto il settore.
Presi tutti insieme – maggiore produttività, minori costi operativi e meno manutenzione – questi vantaggi possono significare maggiore produttività, minor costo per parte, margini di profitto potenziali più elevati e tempi di ritorno sull’investimento più brevi.
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Benvenuti alla rivoluzione dei dati nell’edilizia: un’epoca in cui il mondo digitale e fisico si fondono per creare un ambiente costruito più intelligente, efficiente e sostenibile. In questo articolo esploreremo il potenziale di Big Data e Internet delle Cose (IoT) nel settore edilizio, analizzando come queste tecnologie stiano trasformando radicalmente la nostra visione della costruzione e della gestione degli edifici. Da sensori intelligenti a piattaforme di analisi avanzate, scopriremo come l’innovazione digitale sta reinventando il modo in cui progettiamo, costruiamo e abitiamo gli spazi che ci circondano. Benvenuti in un futuro in cui i dati sono il nuovo cemento.
Introduzione alla Rivoluzione dei Dati nell’Edilizia
Nell’ambito dell’edilizia, la Rivoluzione dei Dati ha portato importanti cambiamenti nel modo in cui vengono progettati, costruiti e gestiti gli edifici. L’uso dei Big Data e dell’Internet of Things (IoT) sta rivoluzionando l’intera industria, consentendo di ridurre i costi, migliorare l’efficienza e garantire la sostenibilità.
Con l’avvento dei Big Data, le aziende del settore edilizio possono raccogliere e analizzare grandi quantità di informazioni provenienti da sensori installati negli edifici. Questi dati permettono di monitorare le prestazioni degli impianti, prevenire guasti e ottimizzare i consumi energetici, contribuendo così a ridurre l’impatto ambientale.
Parallelamente, l’Internet of Things consente la connessione di dispositivi e sistemi all’interno degli edifici, consentendo una gestione centralizzata e intelligente. Grazie all’IoT, è possibile controllare e regolare in tempo reale gli impianti, garantendo un comfort ottimale per gli occupanti e migliorando la sicurezza degli ambienti.
I vantaggi derivanti dall’adozione dei Big Data e dell’IoT nell’edilizia sono molteplici e riguardano diversi aspetti, tra cui:
Efficienza energetica: grazie alla raccolta e all’analisi dei dati, è possibile identificare le aree di spreco e adottare misure correttive per ridurre i consumi energetici.
Mantenimento preventivo: monitorando costantemente lo stato degli impianti, è possibile prevenire guasti e interventi correttivi onerosi.
Personalizzazione: l’IoT consente di personalizzare l’ambiente in base alle preferenze degli utenti, migliorando la qualità della vita all’interno degli edifici.
In conclusione, la Rivoluzione dei Dati rappresenta una grande opportunità per il settore edilizio, consentendo di realizzare edifici più intelligenti, efficienti e sostenibili. L’adozione di tecnologie innovative come i Big Data e l’IoT è indispensabile per rimanere competitivi in un mercato sempre più dinamico e orientato alla sostenibilità.
Vantaggi dell’Utilizzo dei Big Data nell’Edilizia
Utilizzare i Big Data nell’edilizia offre una vasta gamma di vantaggi che stanno rivoluzionando il settore. Grazie all’analisi dei dati generati dai sensori IoT (Internet of Things) presenti negli edifici, è possibile ottimizzare i processi di costruzione, manutenzione e gestione degli immobili.
Uno dei principali vantaggi dell’utilizzo dei Big Data è la possibilità di prevenire guasti e migliorare la manutenzione predittiva degli edifici. Con la raccolta e l’analisi dei dati in tempo reale, è possibile individuare anomalie e problemi potenziali prima che si verifichino, riducendo così i costi di manutenzione e aumentando la durata degli immobili.
Un altro vantaggio significativo dei Big Data nell’edilizia è la possibilità di ottimizzare l’efficienza energetica degli edifici. Grazie all’analisi dei dati di consumo energetico, è possibile identificare i punti critici in cui è possibile ridurre gli sprechi e migliorare le performance energetiche degli immobili, contribuendo così alla sostenibilità ambientale.
Inoltre, l’utilizzo dei Big Data consente di migliorare la sicurezza nei cantieri e negli edifici stessi. Grazie alla raccolta e all’analisi dei dati provenienti dai sensori e dalle telecamere di sorveglianza, è possibile monitorare costantemente le condizioni di sicurezza e adottare misure preventive in tempo reale per evitare incidenti e garantire la protezione dei lavoratori e degli abitanti.
Impatto dell’IoT sull’Efficienza dei Processi Edilizi
La digitalizzazione nel settore edilizio ha portato una vera e propria rivoluzione grazie all’Internet of Things (IoT) e all’impiego dei Big Data. Queste tecnologie hanno permesso di ottimizzare i processi edilizi, aumentando l’efficienza e riducendo i costi. Attraverso la raccolta e l’analisi dei dati generati dagli edifici e dalle infrastrutture, è possibile prendere decisioni più informate e tempestive.
Uno dei principali vantaggi dell’IoT nell’edilizia è la possibilità di monitorare in tempo reale lo stato e le prestazioni degli edifici. Grazie ai sensori installati negli impianti e nelle strutture, è possibile rilevare eventuali guasti o malfunzionamenti prima che diventino problemi più gravi, permettendo interventi di manutenzione rapidi ed efficienti.
Un altro aspetto fondamentale è la gestione intelligente dell’energia. Attraverso l’IoT è possibile monitorare e ottimizzare i consumi energetici degli edifici, regolando in modo automatico l’illuminazione, il riscaldamento e la climatizzazione. Grazie a questa tecnologia è possibile ridurre notevolmente gli sprechi energetici, contribuendo alla sostenibilità ambientale.
La raccolta dei dati generati dall’IoT consente anche di migliorare la pianificazione e la programmazione dei progetti edilizi. Analizzando le informazioni sui materiali utilizzati, i tempi di costruzione e i costi, è possibile ottimizzare i processi e garantire una maggiore efficienza nella realizzazione delle infrastrutture.
Infine, l’impiego dei Big Data nell’edilizia permette di migliorare la sicurezza nei cantieri. Attraverso l’analisi dei dati relativi agli incidenti e alle misure di prevenzione adottate, è possibile identificare i rischi e implementare misure preventive per garantire la sicurezza dei lavoratori e delle strutture.
Strategie per Implementare con Successo Big Data e IoT nell’Edilizia
Introduzione
Nel mondo dell’edilizia, l’utilizzo di Big Data e IoT sta rivoluzionando profondamente i processi di costruzione e gestione degli edifici. Grazie alla raccolta e analisi di enormi quantità di dati provenienti da sensori e dispositivi connessi, le aziende del settore possono ottenere informazioni dettagliate per migliorare l’efficienza energetica, la sicurezza e la manutenzione degli edifici.
Strategie per Implementare con Successo Big Data e IoT
Per implementare con successo Big Data e IoT nell’edilizia, è fondamentale seguire alcune strategie chiave:
Identificare obiettivi chiari: Definire chiaramente gli obiettivi che si desidera raggiungere con l’implementazione di Big Data e IoT.
Investire in infrastrutture tecnologiche: Assicurarsi di avere le infrastrutture tecnologiche necessarie per la raccolta, l’archiviazione e l’analisi dei dati.
Formare il personale: Garantire che il personale sia formato adeguatamente sull’utilizzo delle nuove tecnologie e la gestione dei dati.
Collaborare con esperti: Collaborare con esperti del settore per garantire una corretta implementazione e massimizzare i benefici derivati da Big Data e IoT.
Esempio di Applicazione Pratica
Obiettivo: Ridurre i costi energetici degli edifici
Strategia: Utilizzare sensori IoT per monitorare e ottimizzare il consumo energetico
Risultati: Riduzione del 20% dei costi energetici
Implementare Big Data e IoT nell’edilizia può portare a numerosi benefici, tra cui un miglioramento dell’efficienza operativa, una riduzione dei costi di manutenzione e una maggiore sicurezza degli edifici. Seguendo le giuste strategie e investendo nelle tecnologie appropriate, le aziende del settore possono cogliere appieno le opportunità offerte dalla rivoluzione dei dati.
In Conclusione
In conclusione, la Rivoluzione dei Dati sta trasformando il settore edilizio in modi senza precedenti. Con l’implementazione del Big Data e dell’IoT, le aziende del settore sono in grado di migliorare l’efficienza operativa, ridurre i costi e migliorare la qualità dei servizi offerti. Questa nuova era tecnologica apre le porte a nuove opportunità di crescita e innovazione, e chiunque voglia rimanere competitivo nel mercato dell’edilizia deve abbracciare il cambiamento. Non c’è dubbio che il futuro dell’edilizia sarà definito dalla capacità di sfruttare appieno il potenziale dei dati e delle tecnologie emergenti. Grazie per aver letto questo articolo sulla Rivoluzione dei Dati nell’Edilizia. Continuate a seguire le nostre pubblicazioni per rimanere aggiornati sulle ultime tendenze e sviluppi nel settore. Buon lavoro!
In questo breve post parleremo di un software davvero ben fatto e poco conosciuto.
E’ un software CAD 2D e 3D che non ha nulla da invidiare alle soluzioni più blasonate.
E’ molto leggero e non appesantisce i PC, funziona su Windows, Linux e Mac, inoltre ha una versione cloud che funziona tramite browser web e una ulteriore su smartphone.
Tutte le versioni per i vari dispositivi sono perfettamente integrate e ha una soluzione di continuità per passare da un dispositivo all’altro.
Permette di realizzare elaborati grafici anche in 3D in modo semplice e preciso.
Il motore grafico che utilizza è un motore proprietario e non utilizza componenti di terze parti.
La cosa che non guasta è che il costo di licenza e davvero vantaggioso: circa € 300,00 anno, per tutte e tre le soluzioni, desktop, web e app.
Nei nostri test lo abbiamo trovato più performante di Autocad sotto tutti i punti di vista, sia a livello di funzionalità proposte, che di usabilità, che di reattività anche su disegni pesanti e complessi.
Non è solo un software da provare, ma a nostro giudizio da adottare in ufficio per creare i propri disegni costruttivi in modo continuativo e a un costo che qualsiasi officina può permettersi.
Il comportamento dellacciaio sotto lazione del calore.
Il comportamento dell’acciaio sotto l’azione del calore è sempre lo stesso.
Per spiegarlo in modo molto semplice e diretto, è sufficiente immaginare la composizione atomica dell’acciaio come una rete che distende e ritira le linee con la compongono sotto l’azione del calore.
Se immaginiamo di scaldare una billetta (una barra di quadro piano), su un suo lato, nel momento in cui scaldiamo, la rete si estende dal lato in cui scaldiamo. Successivamente, raffreddandosi lentamente, si ritira, più di quanto era inizialmente prima dell’azione di riscaldo, sempre dal lato in cui esercitiamo il riscaldo.
Tramite il riscaldo è possibile effettuare centine di travi pieni e tubolari o inversamente raddrizzarli.
Un operazione utile da fare, per fermare il processo di ritiro, è utilizzare uno straccio imbevuto d’acqua fredda. Una volta raggiunto il ritiro voluto, si ferma in quel punto il ritiro stesso, raffreddando il pezzo istantaneamente. La rete continua a ritirarsi solo se è calda e si sta raffreddando lentamente, quindi raffreddandolo completamente in modo istantaneo si blocca la contrazione della maglia in quel punto.
Il testo che disciplina i carchi orizzontali lineari.
3.1.4.3 SOVRACCARICHI ORIZZONTALI LINEARI I sovraccarichi orizzontali lineari Hk riportati nella Tab. 3.1.II devono essere utilizzati per verifiche locali e non si combinano con i carichi utilizzati nelle verifiche dell’edificio nel suo insieme. I sovraccarichi orizzontali lineari devono essere applicati alle pareti alla quota di 1,20 m dal rispettivo piano di calpestio; devono essere applicati ai parapetti o ai mancorrenti alla quota del bordo superiore. Le verifiche locali riguardano, in relazione alle condizioni d’uso, gli elementi verticali bidimensionali quali i tramezzi, le pareti, i tamponamenti esterni, comunque realizzati, con l’esclusione dei divisori mobili (che comunque devono garantire sufficiente stabilità in esercizio). Il soddisfacimento di questa prescrizione può essere documentato anche per via sperimentale, e comunque mettendo in conto i vincoli che il manufatto possiede e tutte le risorse che il tipo costruttivo consente.
La normativa che regola la costruzione dei parapetti è molto articolata e si divide in diversi articoli a partire dal 1989.
L’ultimo aggiornamento alle norme tecniche delle costruzioni sancisce due punti fondamentali, di cui molti professionisti e operatori del settore non sono a conoscenza, in quanto, facendo riferimento al solo testo delle Norme Tecniche delle Costruzioni, questo articolo particolare non viene riportato.
Il testo in questione identifica due punti particolari che modificano in modo significativo il testo precedente:
L’altezza del parapetto viene fissata a: 1100 mm.
Il parapetto deve essere dimensionato per reggere una spinta alla testa del corrimano pari a: 1,5 KN/metro.
Per quanto riguarda l’altezza, questo non implica nessun particolare accorgimento tecnico costruttivo a parte la modifica della quota stessa. Al contrario i 150 Kg/m significa che un parapetto di 5 metri deve reggere una spinta uniformemente distribuita alla testa del corrimano di 750 Kg. e con l’aumentare della lunghezza del parapetto, proporzionalmente, aumenta anche il carico che deve reggere. Sembra cosa banale, ma se si facesse un attento calcolo, ci si renderebbe subito conto, che molti fissaggi, piantoni e parapetti esistenti, non rispettano questi limiti neanche lontanamente. Molte volte anche parapetti di nuova costruzione non rispettano questi limiti imposti per legge.
Per chi volesse leggere il testo integrale è pubblicato in gazzetta ufficiale con il seguente riferimento:
Decreto 17 gennaio 2018 Aggiornamento delle «Norme tecniche per le costruzioni (GU n. 42 del 20-2-2018 SO n. 8)
Testo del Decreto 17 gennaio 2018
5.1.3.10 AZIONI SUI PARAPETTI E URTO DI VEICOLO IN SVIO: L’altezza dei parapetti non può essere inferiore a 1,10 m. I parapetti devono essere calcolati in base ad un’azione orizzontale di 1,5 kN/m applicata al corrimano. Le barriere di sicurezza stradali e gli elementi strutturali ai quali sono collegate devono essere dimensionati in funzione della classe di contenimento richiesta, per l’impiego specifico, dalle norme nazionali applicabili. Nel progetto dell’impalcato deve essere considerata una combinazione di carico nella quale al sistema di forze orizzontali, equivalenti all’effetto dell’azione d’urto sulla barriera di sicurezza stradale, si associa un carico verticale isolato sulla sede stradale costituito dallo Schema di Carico 2, posizionato in adiacenza alla barriera stessa e disposto nella posizione più gravosa. Tale sistema di forze orizzontali potrà essere valutato dal progettista, alternativamente, sulla base: – delle risultanze sperimentali ottenute nel corso di prove d’urto al vero, su barriere della stessa tipologia e della classe di contenimento previste in progetto, mediante l’utilizzo di strumentazione idonea a registrare l’evoluzione degli effetti dinamici; – del riconoscimento di equivalenza tra il sistema di forze e le azioni trasmesse alla struttura, a causa di urti su barriere della stessa tipologia e della classe di contenimento previste in progetto, laddove tale equivalenza risulti da valutazioni teoriche e/o modellazioni numerico-sperimentali; In assenza delle suddette valutazioni, il sistema di forze orizzontali può essere determinato con riferimento alla resistenza caratteristica degli elementi strutturali principali coinvolti nel meccanismo d’insieme della barriera e deve essere applicato ad una quota h, misurata dal piano viario, pari alla minore delle dimensioni h1 e h2, dove h1 = (altezza della barriera – 0,10m) e h2 = 1,00 m. Nel dimensionamento degli elementi strutturali ai quali è collegata la barriera si deve tener conto della eventuale sovrapposizione delle zone di diffusione di tale sistema di forze, in funzione della geometria della barriera e delle sue condizioni di vincolo. Per il dimensionamento dell’impalcato, le forze orizzontali così determinate devono essere amplificate di un fattore pari a 1,50. Il coefficiente parziale di sicurezza per la combinazione di carico agli SLU per l’urto di veicolo in svio deve essere assunto unitario.
Anche se oggi non sappiamo ancora quale dei popoli antichi ha per primo e consapevolmente prodotto ferro e acciaio, è oramai certo che in ogni caso il primo impiego di questi materiali è di molto precedente all’inizio di quell’era che indichiamo con età del ferro. Il primo ferro utilizzato fu quello presente nei meteoriti già nella preistoria, come dimostra l’alto tenore di nichel dei reperti archeologici di età più antica. Una volta appresa la sua lavorazione alla fucina, il passo per giungere alla fusione di minerali di ferro non era poi molto lungo, dato che era noto oramai il processo di riduzione dei minerali di rame (età del bronzo). Secondo l’attuale stato della conoscenza, il ferro è comparso la prima volta in Asia Minore e la prima testimonianza è attribuita ai Calibi, che vivevano a sud est del Mar Nero. Le leghe di ferro – ferro malleabile, ghisa e acciaio – cominciarono ad apparire anche nel XII secolo a.C. in India, Anatolia e nel Caucaso. L’uso del ferro, nelle leghe e nella forgiatura di utensili, apparve nell’Africa subsahariana negli anni 1200 a.C.[4]. Importanti testimonianze del ferro nell’antichità sono il tesoro ferreo del re babiloneseSargon II a Ninive, le notevoli prestazioni degli Egizi nel campo della siderurgia e la tecnologia molto sviluppata della costruzione delle armi da parte dei Romani e dei Norici. In terra germanica gli inizi della produzione del ferro si perdono nella leggenda. La Edda, la Saga di Weland e la Canzone dei Nibelunghi, dimostrano la grande considerazione in cui era tenuto il fabbro e in particolare il fabbro d’armi. La presenza del ferro in terra germanica è storicamente provata fino all’inizio del I millennio a.C., come testimoniano i numerosi reperti archeologici risalenti a quell’epoca quali accette e punte di lancia. Il graduale sviluppo dell’arte siderurgica è avvenuto prevalentemente nei luoghi dove venivano scoperti i minerali di ferro facilmente riducibili ed era disponibile legname a sufficiente ad ottenere il carbone di legna occorrente per il processo siderurgico. I minerali di ferro, per lo più previo lavaggio e arrostimento, venivano fusi con carbone di legna in forni a fossa o a pozzo in creta, pietra di cava o trovanti. I forni impiegati allo scopo, che oggi chiameremmo “a riduzione diretta” o catalani, funzionavano da principio con tiraggio naturale. Più tardi il tiraggio fu assicurato da mantici a mano. Il prodotto finito era costituito da una grossa massa di ferro o acciaio fucinabile frammisto a scorie la quale, con ripetuti riscaldamenti e fucinature, veniva liberata dalle scorie aderenti e incluse e di norma immediatamente trasformata in prodotti finiti. Quando nel Medioevo, i mantici vennero azionati dalla forza idraulica, sia alzarono gradualmente le pareti dei forni pervenendo ai forni a tino. Questo forniva, esattamente come il forno a riduzione diretta, un prodotto che, una volta liberato dalle scorie era direttamente fucinabile, ma era di dimensioni decisamente maggiori e venne chiamato lingotto. Di conseguenza la forza muscolare del fabbro non era più sufficiente a fucinare il lingotto e si ricorse di nuovo all’energia idraulica per azionare i magli di fucinatura. La profonda trasformazione tecnologica che ha portato all’affermazione dell’altoforno va attribuita al migliore sfruttamento termico del forno a tino in cui, per l’aumento di temperatura conseguito, il ferro finì per raggiungere la temperatura di fusione e a colare allo stato liquido invece di venire ricavato in masse plastiche. Non si hanno notizie sicure sugli inizi dell’uso degli altiforni, né si sa dove fu ottenuta la prima ghisa, è certo però che l’uso della ghisa era già conosciuto nel I millennio a.C. Sicuramente l’impiego dell’altoforno non è dovuto ad una scoperta casuale, dato che la tecnica di produzione dei metalli fusi era ben nota per la produzione del piombo, dello stagno e del rame. Rispetto all’acciaio ottenuto, col procedimento diretto, immediatamente dal minerale di ferro, il ferro colato aveva un forte contenuto di carbonio e non era fucinabile. Per trasformarlo in acciaio doveva prima venire affinato. Nell’operazione degli antichi fonditori questo processo era una purificazione. Nell’affinazione gli elementi estranei contenuti nella ghisa (carbonio in eccesso, silicio, manganese, ecc.) venivano “bruciati” mediante un fuoco di carbone di legna con eccesso di aria, ossia con un’atmosfera contenente anidride carbonica e ossigeno. Le prime tracce di produzione industriale della ghisa con altiforni risalgono all’inizio del XIV secolo. Solo verso il 1400 la ghisa è comparsa quasi contemporaneamente in Italia e in Germania e una delle sue prime applicazioni fu il getto di palle di cannone. Non è però ancora chiaro quale parte abbiano avuto nello sviluppo dell’altoforno le esperienze proprie dei paesi occidentali e quali le conoscenze certamente molto più antiche dei fonditori dell’Asia orientale. Il ferro delle fusioni veniva da principio ottenuto fondendo pezzi di ghisa o rottami di ferro in forni a riverbero o in piccoli forni a pozzo oppure prelevando la ghisa direttamente dagli altiforni (ghisa di prima fusione). Nel 1500 la fusione in ghisa raggiunse un uso generalizzato, iniziando dal Siegerland dove si sviluppò come un’importante branca dell’attività siderurgica con il getto di tubi, campane, griglie, ecc. Una trasformazione radicale della siderurgia vi fu quando, per il progressivo esaurirsi delle disponibilità di legname, si fu costretti ad impiegare negli altiforni il carbon fossile e il coke in sostituzione del carbone di legna. Abraham Darby II in Coalbrookdale fu il primo che riuscì nel 1709 ad ottenere ghisa usando solo coke. Non si sapeva però trasformare la ghisa, prodotta in grandi quantitativi, in acciaio con lo stesso ritmo di produzione, dato che la capacità produttiva dei forni di affinazione era molto limitata. Ci vollero ancora alcuni decenni per imparare a sostituire il carbon fossile a quello di legna anche nella produzione dell’acciaio. Le difficoltà risiedevano in particolar modo nella necessità che l’acciaio non doveva venire a contatto col carbone o con il coke per non assorbire lo zolfo e divenire con ciò fragile a caldo. Questo inconveniente venne eliminato da Henry Cort nel suo forno a puddellatura inventato nel 1784, nel quale l’acciaio entrava in contatto solo con i prodotti della combustione molto ricchi di ossigeno. Per esporre il bagno con continuità ai gas riducenti esso veniva rimescolato; da questa operazione il procedimento ha avuto il nome di “puddellatura” (da to puddle: rimescolare). Una volta introdotto l’uso del carbon fossile sia nella produzione della ghisa sia in quella dell’acciaio, l’approvvigionamento di combustibie non costituì più una difficoltà per lo sviluppo della siderurgia. Lo sviluppo della siderurgia trovò, tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, un nuovo potente aiuto nella macchina a vapore. Questa venne impiegata non solo per migliorare il tiraggio, ma permise di costruire le macchine trasformatrici, come laminatoi e magli, in dimensioni molto maggiori e quindi con rendimento migliore. Dall’epoca del primo altoforno a questo vennero apportati diversi perfezionamenti sia destinati all’aumento della capacità produttiva che alla semplificazione dell’esercizio. Tra di essi vi è l’ugello per le scorie di Luhrmann, un condotto di carico delle scorie raffreddato ad acqua, che dal 1867 in poi venne installato sotto gli ugelli dell’aria in luogo dell’avancrogiuolo in uso fino ad allora. Questo dispositivo consentଠdi aumentare notevolmente la pressione dell’aria e, con ciò, la capacità produttiva del forno e porre fine alle frequenti interruzioni di marcia. Ancora più notevoli furono le trasformazioni nel campo della siderurgia nel corso del XIX secolo. Nel XVIII e XVIII secolo le qualità dell’acciaio di durezza maggiore si ottenevano per cementazione, processo consistente nel riscaldare le aste o le rotaie in acciaio tenero in presenza di materiali contenenti carbonio (es. carbone di legna). Con questo processo il carbonio penetrava nell’acciaio aumentandone la durezza. Poiché però il tenore di carbonio era ripartito in maniera disuniforme all’interno di ogni barra, si cercò poi di ripartire meglio il carbonio su tutta la barra, sottoponendola a fucinatura a caldo; il prodotto così ottenuto fu chiamato “acciaio omogeneo”. Per raggiungere una omogeneità superiore, Benjamin Huntsman intraprese per primo nel 1740 la fusione in crogiuolo di pezzi di acciaio cementati, divenendo il primo ad ottenere acciaio fuso. Alla lunga però la domanda di acciaio non poteva essere più soddisfatta solamente col processo di puddellatura. Nel 1885 riuscì all’inglese Henry Bessemer di produrre acciaio con un processo più semplice[5]. Il suo procedimento consisteva nel soffiare attraverso la ghisa fusa forti correnti di aria conseguendo la combustione delle sostanze che accompagnavano l’acciaio, quali il carbonio, il silicio, il manganese, ecc. Il processo Bessemer era però limitato a poche ferriere perché con esso si potevano trattare solo ghise prive di fosforo, a causa del rivestimento interno del convertitore, un recipiente a forma di pera in cui avveniva l’operazione. Bessemer, infatti, impiegava un rivestimento ricco di acido silicico che non era in grado di formare scorie che si legassero al fosforo. Questo inconveniente venne affrontato da Sidney Gilchrist Thomas che nel 1879 rivestଠil convertitore con calce impastata con silicati solubili. La scoria ottenuta con il processo Thomas, avendo un certo contenuto di fosfati, si adattava ad essere utilizzata come concime.
La maggior parte dell’acciaio prodotto oggi oltre che col processo Bessemer, viene prodotto con il processo Martin-Siemens, che prende il nome dai suoi inventori Pierre ed Emile Martin e Carl Wilhelm Siemens. Originariamente, nel 1864, il processo consisteva nel fondere la ghisa insieme a rottami di ferro (processo ghisa-rottame); più tardi si passò a fondere la ghisa con minerali di ferro, frequentemente con aggiunte di rottami di acciaio (processo ghisa-minerale). La fusione doveva avvenire in un forno di concezione speciale dotato di un focolare con recupero del calore, ideato da Friedrich Siemens.
Durante la prima metà del XIX secolo l’acciaio era ancora abbastanza costoso: 50-60 sterline a tonnellata, contro le 3-4 sterline della ghisa.
Ferro meteoritico
Meteorite di Willamette, il sesto più grande trovato al mondo, è un meteorite in nickel-ferro.
A causa del fatto che le meteoriti cadono dal cielo, alcuni linguisti hanno ipotizzato che la parola inglese iron (inglese antico:i-sern), che ha parenti in molte lingue nordiche ed occidentali, derivi dall’etruscoaisar, che significa “Gli Dei”.[7] Anche se così non fosse, la parola è stata probabilmente importata nelle lingue pre-proto-germaniche, da quelle celtiche o italiche.[8][9] Krahe ne compara forme in irlandese antico, illirico, veneto e messapico.[10] L’origine meteoritica del ferro nel suo primo utilizzo da parte degli uomini[11] viene anche citato nel Corano:
«Invero inviammo i Nostri messaggeri con prove inequivocabili, e facemmo scendere con loro la Scrittura e la Bilancia, affinché gli uomini osservassero l’equità. Facemmo scendere il ferro, strumento terribile e utile per gli uomini, affinché Allah riconosca chi sostiene Lui e i Suoi messaggeri in ciò che è invisibile. Allah è forte, eccelso»
Il ferro aveva un uso limitato prima che fosse possibile fonderlo. I primi segni dell’uso del ferro vengono dall’antico Egitto e dai Sumeri, dove attorno al 4000 a.C. venivano prodotti piccoli oggetti di ferro meteoritico come ornamenti o come punte delle lance.[12] Tuttavia, il loro uso sembra fosse cerimoniale, e il ferro era un metallo costoso: infatti nel 1600 a.C. il ferro aveva un costo cinque volte maggiore rispetto all’oro e quattro volte maggiore dell’argento. Alcuni meteoriti (dette “sideriti” o “meteoriti ferrose”) contengono una lega di ferro e nichel,[13] e il ferro recuperato dalle cadute di meteoriti ha permesso agli antichi di fabbricare pochi piccoli manufatti in ferro.Le meteoriti ferrici sono in maggioranza fatti di leghe di nichel-ferro. Il metallo preso da tali meteoriti è conosciuto come ferro meteoritico e fu una delle prime fonti di ferro utilizzabile per l’uomo.
Nell’Anatolia, il ferro fuso era usato a volte per armi ornamentali: una daga con lama di ferro e elsa di bronzo è stata ritrovata da una tomba ittita datata 2500 a.C. Anche l’imperatore egizio Tutankhamon che morì nel 1323 a.C. fu sepolto assieme a una daga di ferro con elsa d’oro. Furono anche ritrovati negli scavi di Ugarit un’antica spada egizia che portava il nome del faraoneMerneptah e un’ascia da battaglia con lama di ferro e manico di bronzo decorato con oro.[14] I primi ittiti barattavano con gli assiri un peso di ferro contro 40 di argento. Il ferro meteoritico veniva usato per ornare gli strumenti nell’America settentrionale precolombiana. A partire dall’anno 1000, il popolo groenlandese di Thule cominciò a fabbricare arpioni e altri strumenti affilati da pezzi del meteorite di Capo York.[15][16] Questi manufatti furono anche usati come bene di scambio con le altre popolazioni artiche: strumenti fatti dal meteorite di Capo York sono stati trovati in siti archeologici distanti oltre 1.600 km. Quando l’esploratore statunitenseRobert Edwin Peary portò il più grande frammento del meteorite all’American museum of natural history a New York nel 1897, pesava ancora oltre 33 tonnellate.[17]
Le prime prove di uso del ferro vengono dai Sumeri e dagli Egiziani, che già 4.000 anni prima di Cristo lo usavano per la manifattura di piccoli oggetti, come punte di lancia e gioielli, ricavati dal ferro recuperato dai meteoriti.
Al periodo che va dal 3000 a.C. al 2000 a.C. risalgono molti oggetti in ferro battuto (distinguibili dagli oggetti in ferro meteorico per la mancanza di nichel nella lega), ritrovati in Mesopotamia, Anatolia ed Egitto; il loro uso sembra essere cerimoniale: il ferro infatti era un metallo costoso, anche più dell’oro. Nell’Iliade la maggior parte delle armi e delle armature menzionate sono di bronzo,[18][19][20] e i masselli di ferro sono usati per commerciare. Nel 1500 a.C. circa un numero sempre più grande di oggetti di ferro appare in Mesopotamia, in Anatolia e in Egitto.[21]
Ipotesi sull’ascesa del ferro sul bronzo
Ascia di ferro dell’età del ferro svedese, rinvenuta a Gotland, in Svezia.
Tra il XII secolo a.C. e il X secolo a.C. il ferro rimpiazzò il bronzo nella produzione di attrezzi e di armi nel Mediterraneo orientale (il Levante, Cipro, la Grecia, Creta, l’Anatolia e l’Egitto).[22][23] Anche se gli oggetti di ferro sono conosciuti dall’età del Bronzo lungo il mediterraneo orientale, essi sono ritrovati solo sporadicamente e sono statisticamente insignificanti comparati alla quantità di oggetti in bronzo di questo stesso periodo.[24] Questa transizione, avvenuta in diverse epoche nelle diverse regioni del pianeta, segna l’inizio dello stadio di civiltà noto come “età del ferro“. Una ormai screditata spiegazione dell’ascesa del ferro attribuiva agli Ittiti dell’Anatolia il monopolio della tecnologia del ferro durante la tarda età del bronzo.[25]. Questa teoria non è più insegnata nei programmi scolastici,[25] perché priva di riscontri storici e archeologici. Anche se sono stati ritrovati alcuni oggetti di ferro dell’Anatolia dell’età del bronzo, il loro numero è comparabile a quello degli oggetti di ferro trovati in Egitto o in altri luoghi dello stesso periodo, e solo una piccola parte di essi sono armi.[24] In particolare nell’Asia Minore i regni ittiti all’interno dell’Anatolia si trovarono tagliati fuori dal commercio dello stagno: per tale motivo la tribù dei Calibi sviluppò la tecnica di carburazione del ferro con carbonella per sostituire il bronzo. Verso il XIII secolo a.C. si sviluppò nei Balcani la cultura cittadina degli Illiri, che si impadronì di tutto lo stagno proveniente dalle miniere della Boemia, bloccando il rifornimento di questo metallo nel mar Egeo. Questo provocò una grave crisi economica e di conseguenza le invasioni in Egitto dei popoli del Mare e la guerra di Troia, ed infine l’avvento dell’età del ferro nel Mediterraneo. Alcune fonti ipotizzano che il ferro fu inizialmente ottenuto utilizzando gli stessi forni che servivano per la raffinazione del rame. Una teoria più recente dell’ascesa del ferro riguarda il collasso degli imperi che alla fine della tarda età del bronzo mandò in frantumi le vie del commercio, necessarie per la produzione del bronzo.[25] La disponibilità del rame e ancor più dello stagno era scarsa, per cui si richiedeva il trasporto di queste materie prime per lunghe distanze. Si pensa che all’inizio dell’età del ferro il trasporto di queste materie prime non fosse sufficiente a colmare la richiesta da parte di coloro che lavoravano i metalli. Da qui sarebbe potuto nascere l’utilizzo del minerale di ferro, che è più abbondante in natura rispetto ai minerali di rame e stagno. Quindi l’ascesa del ferro potrebbe essere stata il risultato di una necessità, causata principalmente dalla mancanza di stagno. Anche in questo caso mancano le prove archeologiche che dimostrino in particolare una mancanza di rame o stagno nella prima età del ferro.[25] Gli oggetti in bronzo sono ancora abbondanti e questi oggetti hanno la stessa percentuale di stagno di quelli della fine dell’età del bronzo.
La Mesopotamia era già in piena età del ferro nel 900 a.C., l’Europa centrale nell’800 a.C. L’Egitto, d’altra parte, non sperimentò una così rapida transizione dall’età del bronzo a quella del ferro: anche se i fabbri egizi producevano oggetti di ferro, il bronzo rimase largamente diffuso fino alla conquista dell’Egitto da parte degli Assiri nel 663 a.C.
Il processo di carburazione
Contemporanea alla transizione dal bronzo al ferro fu la scoperta della carburazione (o carbocementazione), ovvero il processo per arricchire superficialmente di carbonio il ferro malleabile.
Il ferro era ottenuto dal suo minerale in forni alimentati con carbone di legna la cui combustione era favorita dall’insufflaggio di aria forzata prodotta da mantici. Il monossido di carbonio prodotto dal carbone riduceva gli ossidi del ferro in ferro metallico; questo si raccoglieva in forma di massa spugnosa o fiore, i cui pori contenevano carbonio e/o carburi (provenienti dalle ceneri) e scorie. Il fiore doveva poi essere riscaldato nuovamente per poterlo battere ed espellerne le scorie ancora imprigionate in esso (per lo più frammenti di carbone e o minerale e parte del carbonio). Se ne otteneva ferro malleabile non temprabile e una parte di acciaio che l’occhio del pratico sapeva riconoscere. Le genti del Medio Oriente scoprirono che un ferro molto più duro poteva essere creato riscaldandolo a lungo in un involucro di polvere di carbone, trasformando lo strato superficiale del materiale in acciaio, poi temprabile.
Poco dopo l’anno mille, la tecnica indiana del Wootz arriva in Medio Oriente, che fino ad allora aveva importato acciaio a pacchetto dall’Europa, dove viene ulteriormente raffinata e dà origine all’acciaio Damasco, estremamente resistente e flessibile, con cui furono forgiate le spade che affrontarono i crociati europei. La qualità di queste armi era tanto alta che si diceva che una spada fatta di acciaio Damasco potesse tagliare la roccia, e venire arrotolata attorno a un uomo per poi tornare dritta come prima, e non perdesse mai il filo. Con ogni probabilità la tecnica del Wootz venne raffinata in modo da far assorbire il carbonio soprattutto ai bordi della spada, mantenendo la sua anima centrale relativamente dolce. In questo modo si otteneva una spada flessibile e che sopportava gli urti senza rompersi, ma al tempo stesso dalla lama molto dura e mantenente un filo tagliente per molto tempo (cosa che in Europa, fino al X secolo, era ottenuta montando a parte i due fili d’acciaio molto duro sulla lama, già ripiegata più volte e lavorata fino alla forma definitiva).[26] Le variazioni nel tenore di carbonio fra il filo e il centro della spada creavano in superficie un bel disegno ondulato, dal cui l’aggettivo damascato. Non sono pervenuti documenti o testimonianze sul modo di ottenere l’acciaio Damasco;[27] per un certo tempo si ritenne che l’acciaio Damasco non fosse altro che un tipo di acciaio a pacchetto, che in certe condizioni può esibire delle venature superficiali, ma un confronto con i manufatti in acciaio Damasco superstiti evidenziano differenze sostanziali, sebbene a volte anche l’acciaio Damasco mostri tracce di pacchettatura.
La Colonna di Ferro a Delhi è una testimonianza delle metodologie di estrazione e lavorazione del ferro in India. Tale colonna ha resistito alla corrosione per gli ultimi 1600 anni grazie all’elevato contenuto di fosforo che ne facilitò anche la manifattura.
Siti archeologici in India, come quello di Malhar, di Dadupur, di Raja Nala Ka Tila e di Lahuradewa nell’attuale Uttar Pradesh mostrano utilizzi del ferro nel periodo tra il 1800 a.C. e il 1200 a.C.[28] I primi oggetti di ferro trovati in India possono essere datati al 1400 a.C. impiegando il metodo di datazione del carbonio radioattivo. Punte, coltelli, daghe, punte di freccia, ciotole, cucchiai, padelle, asce, ceselli, pinze, cerniere delle porte, ecc. che vanno dal 600 a.C. al 200 a.C. sono state trovate in diversi siti archeologici indiani.[29] Alcuni studiosi credono che all’inizio del XIII secolo a.C., la produzione di ferro fosse praticata su larga scala in India, suggerendo che la data di scoperta della tecnologia possa essere anticipata.[28] Nell’India meridionale (oggi chiamata Mysore) si hanno rinvenimenti di acciaio la cui datazione va dall’XI secolo a.C. al XII secolo a.C.[30] L’inizio del I millennio a.C. vide molti sviluppi nella metallurgia del ferro in India. Gli avanzamenti tecnologici e la padronanza della metallurgia fu raggiunta durante questo periodo di colonizzazione pacifica.[30] Gli anni a venire videro diverse trasformazione delle tecniche metallurgiche durante il periodo politicamente stabile dell’impero Maurya.[31]
Lo storico grecoErodoto diede la prima testimonianza scritta occidentale sull’uso del ferro in India.[29] Nei testi religiosi indiani (chiamati Upaniá¹£ad) sono riportati dei riferimenti all’industria tessile, ceramica e metallurgica.[32]
L’acciaio Wootz
Daga e relativo fodero, India, XVII-XVIII secolo. Lama: acciaio di Damasco con intarsi d’oro; elsa: giada; fodero: acciaio con decorazioni incise, incavi e rilievi.
Il primo metodo per produrre acciaio propriamente detto (ovvero acciaio di alta qualità) è stato il “Wootz”, simile al moderno metodo a crogiolo, usato nell’India meridionale almeno dal 300 d.C. (ma alcuni lo fanno risalire al 200 a.C.); il suo nome è la versione anglicizzata del nome indù dell’acciaio (urukku). Veniva preparato in crogioli chiusi sigillati, che contenevano minerale di ferro ad alta purezza, carbone e vetro. I crogioli venivano poi messi alla fiamma e riscaldati fino ad avere la fusione del miscuglio, per cui il ferro si arricchiva di carbonio, e il vetro assorbiva le impurità man mano che fondeva, galleggiando sulla superficie.[33] Il risultato era un acciaio ad alto tenore di carbonio e di elevata purezza, chiamato poi acciaio di Damasco. Questa tecnica si diffuse molto lentamente, arrivando nei paesi confinanti (gli odierni Turkmenistan e Uzbekistan) solo nel 900 d.C. circa. La fornace per la produzione degli acciai di Damasco era una fornace a vento, che utilizzava i venti dei monsoni per il suo funzionamento.[33]
L’acciaio di Damasco è famoso anche per la sua resistenza e la capacità di mantenere il filo. Era una lega complessa, che aveva il ferro come componente principale. Studi recenti hanno suggerito che nanotubi di carbonio (prodotti in maniera inconsapevole durante il processo) fossero inclusi nella sua struttura, il che potrebbe spiegare le sue caratteristiche meccaniche.[34]
Catene di ferro furono utilizzate dagli indiani per la costruzione di ponti sospesi prima del IV secolo.[35]
La Colonna di Ferro che si erge nel complesso di QutbaDelhi, capitale dell’India è una delle più antiche curiosità metallurgiche del mondo. Il pilastro (alto quasi sette metri e pesante oltre sei tonnellate) fu eretto da Chandragupta II Vikramaditya.[36] Il pilastro ha un contenuto di ferro del 98%, ma ha resistito alla corrosione per gli ultimi 1.600 anni, contrastando le condizioni meteorologiche avverse grazie al suo elevato contenuto di fosforo. La tecnica indiana mise molto tempo a giungere in Europa. A partire dal XVII secolo gli olandesi portavano l’acciaio di Damasco dall’India del sud all’Europa, dove in seguito si avviò la sua produzione in larga scala, con il nome di tecnica del crogiolo.[37]
Will Durant scrisse nel suo The Story of Civilization I: Our Oriental Heritage (“La storia della civiltà I: La nostra eredità Orientale”):
«Qualcosa è stato detto sull’eccellenza chimica della ghisa nell’India antica, e sull’elevato sviluppo industriale del periodo Gupta, quando l’India veniva vista, perfino dalla Roma imperiale, come la più abile delle nazioni in diversi tipi di industria chimica, come quella dei coloranti, della concia, della fabbricazione del sapone, del vetro e del cemento… Dal sesto secolo gli Hindu erano molto più avanti dell’Europa nell’industria chimica; erano maestri della calcinazione, della distillazione, della sublimazione, della cottura a vapore, della fissazione, della produzione della luce senza calore, la preparazione di anestetici e polveri soporifere e della preparazione di salimetallici, composti e leghe. La tempra dell’acciaio in India fu portata a una perfezione sconosciuta in Europa fino ai nostri tempi; si dice che il Raja Puru abbia scelto, come dono speciale da Alessandro Magno non oro o argento, ma 30 libbre di acciaio. I musulmani portarono molta di questa scienza e industria Hindu nel Vicino Oriente e in Europa; i segreti della fabbricazione delle lame di “Damasco”, per esempio, vennero presi dagli arabi dai Persiani, e questi ultimi li presero dall’India.»
Cina
I primi sviluppi in Cina
Il processo di trasformazione del minerale di ferro in ghisa grezza e di questa in ferro malleabile. Nell’immagine a destra due pratici azionano mantici manuali per l’insufflaggio del forno da ghisa. A sinistra una sorta di puddellaggio trasforma la ghisa in ferro malleabile; dall’enciclopedia Tiangong Kaiwu del 1637.
Anche in Cina il primo ferro usato fu di origine meteorica. Manufatti di ferro battuto compaiono in siti archeologici datati attorno all’VIII secolo a.C. nel nord-ovest, vicino a Xinjiang. Questi pezzi sono stati fatti con le stesse tecniche in uso nel Medio Oriente ed in Europa. La produzione di acciaio, benché presente, soprattutto per la produzione di armi, era limitata. Negli ultimi anni della dinastia Zhou (attorno all’anno 550 a.C.), nello Stato meridionale di Wu si sviluppò un’avanzata tecnologia basata su forni a torre, rastremati alla base, in grado di produrre ghisa in grandi quantità.[38][39][40] Alla loro temperatura di esercizio, anche più di 1.200 °C il ferro si combina con il 4,3% di carbonio e fonde ed è colato in stampi. Scaldando minerali di ferro con carbone a 1.200-1.300 °C si forma ghisa liquida, che è una lega di ferro al 96,5% e carbonio al 3,5%. Questa lega è troppo fragile per essere lavorata (in particolare è inadatta per impieghi da impatto), a meno che non venga decarburata per rimuovere la maggior parte del carbonio. La ghisa quindi veniva colata in stampi e decarburata fino allo stato di ferro dolce, arroventandola in focolari aperti per diversi giorni.
In Cina, questi metodi di lavorazione del ferro si diffusero a nord, e nel 300 a.C. il ferro era il materiale maggiormente impiegato per la produzione di attrezzi e di armi. Una grande tomba nella provincia di Hebei (datata all’inizio del III secolo a.C.) contiene diversi soldati sepolti con le loro armi ed altro equipaggiamento. I manufatti recuperati da questa tomba sono fatti di ferro battuto, di ghisa, ghisa malleabile e acciaio temprato, con alcune armi di bronzo, probabilmente ornamentali. Il ferro rimase un prodotto poco pregiato, usato dai contadini per secoli e non interessò le classi nobiliari fino alla Dinastia Han (202 a.C. – 220 d.C.), durante la quale la lavorazione del ferro cinese (più propriamente della ghisa) raggiunse una scala ed una sofisticazione elevatissime. Nel primo secolo, il governo Han fece diventare la lavorazione del ferro un monopolio di Stato e fece costruire una serie di grandi forni nella provincia di Henan, ognuno capace di produrre diverse tonnellate di ghisa al giorno. In questa epoca, i metallurgi cinesi scoprirono come impastare la ghisa grezza fusa rimescolandola all’aria aperta fino a che non avesse perso il carbonio e non fosse divenuta ferro malleabile (in lingua cinese il processo veniva chiamato chao, letteralmente saltato e fritto). Nel I secolo a.C., i metallurgi cinesi scoprirono che il ferro e la ghisa potevano essere saldati assieme per formare una lega con contenuto intermedio di carbonio, che era acciaio.[41][42][43] Secondo una leggenda, la spada di Liu Bang, il primo imperatore Han, fu creata con questa tecnica[senza fonte]. Alcuni testi del tempo menzionano l’armonizzazione del duro e del morbido nel contesto della lavorazione del ferro; la frase potrebbe riferirsi a questo processo. Inoltre, la città antica di Wan (Nanyang) del periodo Han precedente era un grosso centro manifatturiero di ferro e acciaio.[44] Assieme ai loro metodi originali per forgiare l’acciaio, i cinesi hanno anche adottato i metodi di produzione per creare l’acciaio Damasco, un’idea importata dall’India alla Cina nel V secolo d.C.[45]
La tecnologia cinese degli altiforni (o acciaio al crogiolo) e del pudellaggio fu ripresa in Europa nel tardo Medioevo.
I mantici ad acqua cinesi
Un’illustrazione dei mantici dei forni da ghisa mossi da ruote idrauliche, dal Nong Shu, di Wang Zhen, del 1313 d.C., durante la Dinastia Yuan in Cina.
I cinesi durante l’antica Dinastia Han furono anche i primi ad applicare l’energia idraulica (da un mulino ad acqua) per fare funzionare i mantici di una fornace. Questo fu annotato nell’anno 31 d.C., come innovazione dell’ingegnereDu Shi, del prefetto di Nanyang.[46] Dopo Du Shi, i cinesi continuarono a utilizzare l’energia dell’acqua per muovere i mantici delle fornaci. Nel testo del Wu Chang Ji del V secolo il suo autore Pi Ling scrisse che un lago artificiale fu progettato e costruito nel periodo del regno di Yuan-Jia (424–429) per il solo scopo di alimentare le ruote dei mulini aiutando i processi di fusione e stampaggio dell’industria del ferro cinese.[47] Il testo del V secolo Shui Jing Zhu menziona l’uso dell’acqua corrente di fiume per alimentare i mulini, come ne parla il testo geografico dello Yuan.he Jun Xian Tu Chi della Dinastia Tang, scritto nell’814 d.C.[48]
Ci sono prove che la produzione dell’acciaio nell’XI secolo nella Cina dei Song avvenisse usando due tecniche: un medodo “berganesque”, che produceva un acciaio inferiore e disomogeneo e un precursore al moderno processo Bessemer, che utilizzava una decarburizzazione parziale attraverso forgiature ripetute sotto un soffio freddo.[49] Nell’XI secolo ci fu anche una grossa deforestazione in Cina, a causa delle richieste di carbone dell’industria siderurgica.[50] In questo periodo i cinesi scoprirono come usare il carbon coke al posto del carbone vegetale.[50] L’introduzione del carbone minerale al posto del carbone vegetale si ebbe poi in Europa nel XVII secolo.
Anche se Du Shi fu il primo a utilizzare l’energia idraulica per alimentare i mantici nella metallurgia, la prima illustrazione disegnata ed illustrata di questa alimentazione idraulica risale al 1313, nel testo dell’era della Dinastia Yuan chiamato Nong Shu.[47] Il testo fu scritto da Wang Zhen (1290–1333 d.C.), che così spiegò i metodi usati per l’altoforno con mantici alimentati ad acqua nei periodi precedenti la sua era del XIV secolo:
«”In accordo con gli studi moderni (+1313!), i mantici con sacco in cuoio (wei nang) erano usati ai vecchi tempi, ma ora vengono usati sempre dei ventagli in legno. Il design è il seguente. Viene scelto un luogo vicino a un forte torrente, e un palo viene innalzato verticalmente in una struttura con due ruote orizzontali in modo da avere quella più in basso spinta dalla forza dell’acqua. La più alta è collegata con una cinghia a una ruota (più piccola) davanti ad essa, la quale ha un manico eccentrico (letteralmente un ingranaggio oscillante). Poi vi è un blocco, che segue la rotazione (della ruota principale), con un ingranaggio collegato al manico eccentrico che tira e spinge il rullo oscillante, le leve a destra e a sinistra del quale assicurano la trasmissione del moto all’ingranaggio del pistone. Quindi questo viene spinto avanti e indietro, azionando i mantici della fornace molto più velocemente di quanto sarebbe possibile con la forza umana.[51]»
«Viene usato anche un altro metodo. Alla fine del pistone in legno, lungo circa 3 piedi che viene fuori dalla parte frontale dei mantici, c’è un pezzo incurvato di legno con la forma della luna crescente, e (tutto) questo è sospeso in alto con una corda come quella di un’altalena. Poi, davanti ai mantici, ci sono (molle di) bambù collegate ad essi dalle corde; questo controlla il movimento del ventaglio dei mantici. Poi, seguendo la rotazione della ruota (verticale) del mulino, il manico collegato all’asse principale schiaccia e preme la tavola incurvata (collegata al pistone) che corrispondentemente si muove indietro (letteralmente “in dentro”). Quando il manico è finalmente disceso il bambù (le molle) agisce sui mantici e li riportano nella posizione iniziale. In maniera simile, usando un solo asse principale, è possibile attuare diversi mantici (con estensioni sull’asse), con lo stesso principio dei martelli a caduta (shui tui). Questo è anche molto conveniente e veloce…[51]»
In Giappone i costruttori di spade furono gelosi custodi delle loro tecniche di fabbricazione dell’acciaio usato per le spade da samurai.
La tecnica era (ed è ancora) simile a quella utilizzata per l’acciaio a pacchetto, ma con alcune differenze sostanziali: la lama veniva realizzata dividendo la battitura a strati prima su una parte esterna di acciaio più duro, destinata a divenire la parte esterna e il filo della lama, nella quale in seguito veniva parzialmente inserita una barra di acciaio più morbido che ne costituiva l’anima flessibile. La katana assumeva in tal modo, dopo la forgiatura, la tempra e la pulizia, un’estrema affilatura ed un’estrema flessibilità.
Europa
La ferriera alla genovese
Rappresentazione di una ferriera alla catalana alimentata da una tromba idroeolica.
Nella seconda metà del XIV secolo fece la sua comparsa nella Repubblica di Genova un nuovo modo di produrre il ferro in un impianto detto ferriera o ferrera alla genovese dai suoi stessi creatori. A partire dal XVI secolo essa è presente in tutti i paesi del Mediterraneo – dalla Sicilia al Piemonte, al Delfinato fino ai Paesi Baschi – e risulta aver soppiantato tutti quegli impianti a focolare chiuso – fornelli – da cui si ricavava un massello – blumo – contenente ferro carbone e acciaio da raffinare ulteriormente. La nuova tecnica utilizzava un solo impianto a focolare aperto, del tutto simile a quello utilizzato per la raffinazione della ghisa. Mantici mossi da ruota idraulica alimentavano la combustione di una miscela di minerale e carbone di legna potendo raggiungere una temperatura massima di 1.200 °C. Con la liquefazione della ganga si formava un blumo di ferro spugnoso grazie all’opera di rimescolamento eseguita da un pratico. Con successivi riscaldi e battiture al maglio idraulico il blumo raggiungeva la sua forma definitiva di barra di ferro. Agricola documenta impianti analoghi, ma senza un legame apparente con le ferriere alla genovese, nell’Alto Palatinato alla fine del Quattrocento. Il limite del processo era il dover disporre di un minerale ricco e facilmente fusibile – come è il caso delle ematiti elbane e pirenaiche – e nell’impossibilità di produrre direttamente acciaio. Il suo punto di forza era, oltre il basso impiego di manodopera e capitali, nella produzione di un ottimo ferro malleabile: un fatto di rilievo sia tecnico sia economico che prolungherà la sua esistenza fino alla prima metà dell’Ottocento. La ferriera alla genovese passa da una produzione nel Quattrocento di circa un quintale di ferro nelle 24 ore ai tre quintali (suddivisi in tre masselli) nel secolo successivo. Sul finire del Settecento e fino a metà Ottocento del termine alla genovese si perde la memoria e saranno rinomati gli impianti alla catalana francesi e spagnoli che migliorando il processo e usando magli particolarmente efficienti garantivano produzioni anche di 6 quintali nelle 24 ore. Se oggi si sfoglia un dizionario tecnico catalana è sinonimo di ferriera a riduzione diretta[52].
In Europa la principale tecnica utilizzata fino al X secolo fu quella dell’acciaio a pacchetto, che consentiva di controllare più agevolmente il tenore di carbonio del metallo rispetto a quanto si poteva fare usando l’acciaio omogeneo che pure veniva prodotto, in quantità limitate, dai bassoforni alto-medioevali.
Consiste nel creare un pacchetto di strati alternati di ferro dolce e ghisa, fatti rammollire e poi martellati insieme per saldarli e far diffondere il carbonio dalla ghisa al ferro dolce, in modo da ottenere la percentuale di carbonio desiderata. Una volta saldati gli strati del pacchetto, si taglia la barra e la si piega su sé stessa, ripetendo il processo: in questo modo si possono creare barre estremamente resistenti composte di centinaia o migliaia di strati sottilissimi. È un processo la cui riuscita dipende moltissimo dalla capacità e dall’esperienza del fabbro: è molto difficile ottenere due volte lo stesso risultato con questo metodo in quanto la lunghezza della lavorazione alla forgia, la sua complessità, così come il calore a cui viene riscaldato il pezzo in lavorazione, influenzano il tenore in carbonio dell’acciaio e le caratteristiche meccaniche del pezzo finito.
Il processo è noto in Europa fin dalla tarda epoca dei Celti (dopo che l’uso dei perfezionati bassoforni greci si era diffuso nell’Europa Occidentale), dei quali sono rimaste alcune spade che mostrano una stratificazione di questo genere (per quanto limitata a poche decine di strati). Alla fine dell’età romana era sicuramente noto ai barbari di stirpe germanica, ed è stato per secoli l’unico modo noto, al di fuori dell’India, per ottenere acciaio di buona qualità.
Per secoli l’unico modo di ottenere del buon acciaio in Europa fu quindi quello di usare ferro delle miniere svedesi, particolarmente puro e privo di zolfo e fosforo, “ferro di palude” (limonite), siderite di origine alpina o ematite dell’Isola d’Elba, ed usarlo per confezionare acciaio a pacchetto con ghisa più ricca di carbonio. Era un processo molto lento ed estremamente costoso: per un chilogrammo di acciaio erano necessari circa 100 kg di combustibile. Per questo non era conveniente creare pezzi più grandi di una lama di spada. In genere si usava l’acciaio per creare piccoli manufatti, come punte di freccia, bisturi, coltelli ed altri oggetti di piccole dimensioni.
Per questo motivo durante il basso Medioevo in Europa, all’incirca a partire dal IX secolo, con l’aumentata disponibilità di acciaio omogeneo, che riduceva i tempi di lavorazione, la tecnica dell’acciaio a pacchetto fu progressivamente abbandonata, portando a un generale scadimento della qualità delle lame europee del periodo. Dall’XI secolo al XVI secolo la tecnica cadde completamente in disuso. Venne riscoperta con il Rinascimento, data la maggiore richiesta di lame di qualità superiore e peso inferiore, e in quel periodo molti si convinsero che l’acciaio Damasco, di cui i crociati raccontavano meraviglie, non fosse altro che un tipo di acciaio a pacchetto, ma questa credenza è stata smentita dalle analisi delle nervature visibili nei due tipi di acciaio.
Il processo di “lavorazione a Damasco” è ancora oggi utilizzato per la produzione artigianale di coltelleria e repliche di armi bianche storiche di alta qualità.
In Europa si cominciò a produrre ghisa per fare ferro e acciaio nel basso Medioevo quando furono costruiti forni chiusi con un particolare profilo a imbuto e grazie all’impiego della ruota idraulica ad asse orizzontale utilizzata per azionare i mantici; fu così relativamente facile ottenere e controllare temperature superiori ai 1200 °C (1147 °C temperatura di fusione dell’eutettico della ghisa). La ghisa ottenuta dal forno era rifusa in fucine, anch’esse di nuova concezione, che utilizzavano soffierie idrauliche particolarmente potenti, indispensabili per produrre le alte temperature (1200 °C) necessarie a liquefarla nuovamente per farne getti, ferro e acciaio. Le prime notizie di impianti con tali caratteristiche riguardano il Dalarne-Vestmanland nella Svezia centrale (datati al XIII secolo e poi detti masugn), la Markisches Sauerland, nella Ruhr tedesca (forni da ghisa datati col radiocarbonio fra il 1205 e il 1300, prima menzione scritta Masshutte nel 1311) e il lato meridionale delle Alpi centrali (furnus nel 1179 ad Ardesio e furnus e fuxina a Schilpario nel 1251 e a Semogo nel 1286)[53].
Processi di affinamento
Un metodo alternativo di decarburizzare la ghisa grezza sembra essere stato ideato nella regione attorno a Namur nel XV secolo. Questo processo vallonico si diffuse alla fine del secolo fino al Pay de Bray, sul confine orientale della Normandia, e poi verso la Gran Bretagna, dove divenne il metodo principale per la fabbricazione del ferro battuto nel 1600. Fu introdotto in Svezia da Louis de Geer all’inizio del XVII secolo e fu usato per fabbricare il ferro di Oreground (dal nome della cittadina Svedese di à–regrund).
Una variazione di questo era il procedimento tedesco. Divenne il metodo principale per produrre il ferro battuto in Svezia.
L’acciaio Bulat
L’acciaio Bulat (dalla parola persiana pulad, acciaio) fu inventato da Pavel Petrovich Anosov, dopo anni di studi sulla perduta arte dell’acciaio Damasco di cui Anosov voleva riscoprire il segreto. L’acciaio Bulat era un acciaio stratificato, ottenuto raffreddando molto lentamente la massa fusa in modo che il carbonio si potesse concentrare in strati diversi: in questo modo il metallo finale consisteva di molti strati di ferrite (acciaio dolce) e perlite (acciaio duro).
La perlite però è instabile a temperature superiori a 727 °C e tende a scomporsi in ferrite e austenite, per trasformarsi di nuovo al raffreddamento, motivo per cui la lavorazione a caldo di questo tipo di acciaio richiedeva particolare attenzione.
L’acciaio cementato
All’inizio del XVII secolo, i siderurgisti nell’Europa Occidentale trovarono un modo (chiamato cementazione) per carburare il ferro battuto. Le barre in ferro e il carbone venivano messi dentro scatole in pietra, poi mantenute a una temperatura rossa (la temperatura a cui il ferro diviene leggermente luminescente e “rosso”) fino a una settimana. In questo periodo, il carbonio diffonde nel ferro, producendo un materiale chiamato acciaio cementato o acciaio a bolle. A Coalbrookdale, in Inghilterra, si trovano due fornaci per la cementazione utilizzate da Sir Basil Brooke, che tenne il brevetto sul processo tra il 1610 e il 1619.
La qualità dell’acciaio poteva essere migliorata lavorandolo tramite la piegatura su sé stesso, producendo acciaio a strati. Tuttavia nel periodo tra il 1740 e il 1750Benjamin Huntsman trovò un modo di fondere nei crogioli l’acciaio cemento ottenuto dal processo di cementazione.
Sviluppo delle fonderie alimentate idraulicamente
A volte, nel periodo medioevale, l’energia dell’acqua era applicata ai processi delle fonderie. È possibile che questo avvenne presso l’Abbazia di Clairvaux dell’Ordine Cisterciense nel 1135, ma fu certamente in uso in Francia e in Svezia all’inizio del XIII secolo.[54] In Inghilterra, le prime chiare prove documentate di questo furono nella contabilità di una forgia del Vescovato di Durham, vicino a Bedburn nel 1408,[55] ma non fu certamente la prima volta che venivano impiegate simili tecniche siderurgiche. Nel distretto inglese di Furness, le fonderie alimentate idraulicamente furono in uso all’inizio del XVIII secolo, e vicino a Garstang fino al 1770 circa.
La forgia catalana è un tipo di fonderia alimentata. Le fonderie con il “soffio caldo” erano usate nello Stato di New York a metà del XIX secolo.
L’invenzione del carbon coke
Produzione del coke (illustrazione del 1879).
Fondamentale fu l’introduzione del coke, avvenuta nel Settecento in Inghilterra. “Cuocendo” il carbone (ovvero scaldandolo in assenza di ossigeno) si otteneva carbone “cooked” o coke. Il coke venne utilizzato negli altoforni al posto del carbone di legna, permettendo di incrementare la produzione di ghisa grezza.
Le prime fusioni del ferro usavano il carbone vegetale sia come sorgente di calore che come agente di riduzione. Nel XVIII secolo la disponibilità di legno per il carbone limitava l’espansione della produzione del ferro e l’Inghilterra divenne sempre più dipendente, per una parte considerevole del ferro richiesto dalle sue industrie, dalla Svezia (dalla metà del XVII secolo) e poi dal 1725 anche dalla Russia.[56]
La fusione tramite carbon fossile (o il suo derivato carbon coke) era un obiettivo cercato da tempo. La produzione della ghisa grezza con il coke fu probabilmente ottenuta da Dud Dudley nel 1620, e con un mix di carburanti fatto con carbon fossile e legno nel 1670. Questo fu però probabilmente soltanto un successo tecnologico e non commerciale. Shadrach Fox potrebbe aver fuso il ferro con il coke presso Coalbrookdale in Shropshire nel 1690, ma soltanto per fare palle di cannone ed altri prodotti in ghisa come gusci. Tuttavia, nella pace seguita alla guerra dei nove anni, non ci fu una sufficiente domanda di queste.[57]
Abraham Darby e i suoi successori
Nel 1707, Abraham Darby I brevettò un metodo per la fabbricazione di pentole in ghisa; tali pentole erano più sottili e quindi più economiche di quelle della concorrenza. Avendo bisogno di una quantità maggiore di ghisa grezza, egli noleggiò l’altoforno di Coalbrookdale nel 1709. Là, egli fabbricò il ferro utilizzando il coke, stabilendo di conseguenza il primo commercio di successo di questo genere in Europa. Lo sviluppo del suo metodo che prevedeva di caricare il forno con coke e minerale di ferro, porterà alla tecnologia degli altoforni alimentati a coke che tuttora è quella utilizzata. I suoi prodotti erano tutti in ghisa, anche se i suoi successori più immediati tentarono (con piccolo successo commerciale) di affinarlo in ferro (puro) in barre.[58]
Il ferro in barre continuò di conseguenza ad essere fabbricato con ghisa grezza al carbone vegetale fino al 1755. In questo anno Abraham Darby II (e soci) aprirono una nuova fornace funzionante con il coke presso Horsehay in Shropshire e fu presto imitato da altri. Questi procurarono ghisa grezza al coke alle forge di affinatura di tipo tradizionale per la produzione di ferro battuto. La ragione di questo ritardo rimane controversa[59] anche se probabilemnete dovuta ad una serie di cause. In effetti, almeno inizialmente il coke presentava un costo maggiore del carbone vegetale e lasciava nella ghisa un eccesso di silicio rendendola di cattiva qualità[60] ed altre difficoltà tecniche che necessitarono di tempo per essere risolte.
La reinvenzione dell’acciaio al crogiolo
Nel 1740Benjamin Huntsman, a Sheffield, riscoprì la tecnica dell’acciaio al crogiolo. Dopo anni di esperimenti in segreto, mise a punto una fornace in grado di raggiungere i 1600 °C in cui metteva una dozzina di crogioli di argilla, ciascuno con 15 kg di ferro, che veniva portato lentamente al calor bianco; a questo punto si aggiungevano pezzi di ghisa, i quali, lasciati fondere, aggiungevano al materiale il carbonio necessario; dopo tre ore circa l’acciaio fuso veniva colato in lingotti.
Nel 1740 Sheffield produceva circa 200 tonnellate di acciaio all’anno; un secolo dopo ne produceva 80.000, la metà di tutta la produzione europea, ed era la più grande città industriale d’Europa.
Questo modo di produrre l’acciaio dominò fino all’arrivo del convertitore Bessemer, che produceva acciaio di qualità comparabile ma con costi minori.
Nuovi processi di forgiatura
Disegno schematico di una fornace di affinatura.
Fu soltanto dopo questi avvenimenti che cominciarono ad essere concepiti modi attuabili economicamente per convertire la ghisa grezza in ferro. Un processo conosciuto come invasatura e stampaggio fu ideato nel 1760 e migliorato nel 1770, e sembra essere stato ampiamente adottato nelle Midlands occidentali circa dal 1785. Tuttavia, questo metodo fu rimpiazzato dal processo di affinatura di Henry Cort, brevettato nel 1784, ma probabilmente fatto funzionare con ghisa grezza grigia circa nel 1790. Questi processi permisero la grande espansione della produzione del ferro che costituì la Rivoluzione industriale per l’industria del ferro.[61]
All’inizio del XIX secolo, Hall scoprì che l’aggiunta di ossidi di ferro al contenuto dei forni di affinatura provocava una violenta reazione, nella quale la ghisa grezza veniva decarburizzata; questo processo venne chiamato ‘affinatura umida’. Si scoprì anche che era possibile produrre acciaio fermando il processo di affinatura prima che la decarburizzazione fosse completa.
Vento caldo
L’efficienza dell’altoforno fu migliorata dall’innovazione del “vento caldo” (l’aria, prima di entrare nella fornace, veniva preriscaldata), brevettato da James Beaumont Neilson in Scozia nel 1828. Questo ridusse ulteriormente i costi di produzione. Nel giro di pochi decenni, l’abitudine divenne quella di avere una ‘stufa’ grande quanto la fornace vicino ad essa, nella quale i gas d’altoforno (contenenti CO, monossido di carbonio) provenienti dalla fornace venivano diretti e bruciati. Il calore risultante veniva usato per preriscaldare l’aria soffiata nella fornace.[62]
Il forno Martin-Siemens
Illustrazione del 1895 di un forno Martin-Siemens.
Negli anni 1850 Sir Carl Wilhelm Siemens ideò il cosiddetto forno Siemens, che rispetto alle metodologie precedenti riusciva a diminuire i consumi di combustibile del 70-80%.
Nel 1865 l’ingegnere francese Pierre-Emile Martin acquistò il brevetto e introdusse l’uso del forno Siemens (che da quel momento in poi fu chiamato “forno Martin-Siemens”) per svolgere l’ossigenazione della ghisa grezza (in inglese pig iron).
Disegno schematico di un convertitore Bessemer (“Discoveries & Inventions of the Nineteenth Century” by R. Routledge, 1900).
A parte una qualche produzione di acciaio affinato, l’acciaio Inglese continuò ad essere fabbricato tramite cementazione, a volte seguita da rifusione per produrre acciaio in crogiolo. Questi erano processi “in lotto” la cui materia prima era il ferro (puro) in barre, in particolare il ferro di Oregrund in Svezia.
Il problema della produzione in massa di acciai economici fu risolto nel 1855 da Henry Bessemer, con l’introduzione del convertitore Bessemer nella sua fabbrica di Sheffield in Inghilterra.[63] Nel convertitore Bessemer, la ghisa grezza fusa proveniente dall’altoforno veniva inserita in un grosso crogiolo e poi veniva soffiata aria dal basso attraverso il materiale fuso, bruciando il carbonio disciolto dal coke. Mano a mano che il carbonio brucia, il punto di fusione del materiale aumenta, ma il calore proveniente dal carbonio in fiamme procura l’energia in più necessaria a mantenere il miscuglio fuso. Dopo che il contenuto in carbonio nella colata ha raggiunto il livello desiderato, il flusso d’aria può essere chiuso. Un tipico convertitore Bessemer poteva convertire un lotto di 25 tonnellate di ghisa grezza in acciaio in mezzora circa. L’invenzione dei convertitori ad aria, primo fra i quali il convertitore Bessemer, permise di abbandonare il metodo del pudellaggio (acciaio al crogiolo), lungo e dispendioso.
L’acciaio inox
Vi furono innumerevoli tentativi svolti nel XIX secolo, tesi ad ottenere una lega che mantenesse le caratteristiche meccaniche dell’acciaio risultando però inossidabile. Le varie sperimentazioni si orientarono verso l’aggiunta nell’acciaio di cromo, nichel ed altri metalli[64]. Nel 1913 l’inglese Harry Brearly riuscì ad ottenere effettivamente l’acciaio inossidabile mediante un’alta percentuale di cromo.[65]
I convertitori a ossigeno
Nel 1952 venne poi introdotto alla Voest-Alpine il processo di ossigenazione,[66][67] una modifica al processo Bessemer, che lancia ossigeno da sopra all’acciaio (invece che soffiare aria da sotto), riducendo la quantità di azoto incluso nell’acciaio. Questo processo viene usato in tutte le fabbriche di acciaio attuali; l’ultimo convertitore Bessemer degli Stati Uniti venne messo a riposo nel 1968. Inoltre, a partire dagli anni seguenti la seconda Guerra Mondiale, a Brescia (Italia), utilizzando solo rottami di ferro fusi nel forno elettrico ad arco, iniziarono a produrre acciaio dei piccoli stabilimenti chiamati ironicamente mini-acciaierie. Queste fabbriche producevano solo prodotti in barre all’inizio, ma si sono poi espansi a prodotti piatti e pesanti, una volta dominio esclusivo dei circuiti della fabbricazione dell’acciaio integrata.
Prima di questi sviluppi del XIX secolo, l’acciaio era un lusso costoso e veniva usato solo per un numero limitato di scopi nei quali era necessario un metallo particolarmente duro o flessibile, come nelle parti taglienti degli attrezzi e nelle molle. La grande diffusione di acciaio poco costoso alimentò la seconda rivoluzione industriale e la società moderna come la conosciamo. L’acciaio dolce ha rimpiazzato il ferro battuto per quasi tutti gli scopi, e quest’ultimo non viene più (o quasi più) fabbricato. Con piccole eccezioni, le leghe di acciaio cominciarono ad essere prodotte solo nel tardo XIX secolo. L’acciaio inossidabile fu sviluppato solo all’alba della prima guerra mondiale e divenne largamente usato soltanto negli anni 1920. Queste leghe di acciaio sono tutte conseguenza della grande disponibilità di ferro ed acciaio a basso costo e della possibilità di legarli a volontà.
Negli ultimi anni l’opera svolta dai cosiddetti “rottamai” a assunto un valore sociale considerevole.
Il loro lavoro di raccogliere e preoccuparsi di fornire le fonderie, per fare in modo di riciclare i metalli, ha assunto un valore, di cui molte volte, neanche loro stessi sono pienamente consapevoli.
Un lavoro bistrattato e che un tempo magari cominciava con il girare i bidoni di immondizia con il carretto a mano, sta divenendo sempre più un lavoro in cui la qualificazione tecnica diventa sempre più importante.
Saper riconoscere e valorizzare anche piccole quantità di metalli di alto valore, può significare, oltre a fare opera di riciclo capillare, anche ottenere ingenti introiti.
Purtroppo culturalmente, ancora molte di queste aziende, non sono a conoscenza del valore di molti dei componenti degli oggetti, che appunto, vengono considerati come rottame, quasi senza alcun valore.
Al contrario, alcuni componenti, come elettrodomestici e elettronici, se adeguatamente indagati, contengono quantità di metalli preziosi, in alcuni casi, anche oro e argento, oltre altri metalli meno conosciuti ma di altissimo valore.
Oltre questo per un fabbro o carpentiere in ferro, il quale produce molti scarti di produzione, questi centri si preoccupano di comprare il materiale di risulta e quindi permette di recuperare, in parte, in costo dello scarto della fornitura servita per la produzione.
Il primo che vi vogliamo presentare è forse il più famoso, perché lo mantiene la Autodesk, la quale sviluppa anche Autocad. E’ un software completissimo che ha anni di sviluppo alle spalle e che è stato acquistato da Autosesk solo da pochi anni. Si integra perfettamente con tutti i software della casa, tra cui Revit e Robot Structural per i dimensionamenti. E’ davvero completissimo, ma non di facile apprendimento. Il costo non è proibitivo, sopra tutto se si pensa di acquistare la suite completa di tutti i software per la progettazione ingegneristica.
Un altro software di sicuro valore è Tekla, che negli ultimi anni ha guadagnato sempre più punti nel nostro settore, sopra tutto tra gli ingegneri specializzati, in quanto permette una semplicissima integrazione con il dimensionamento strutturale.
Dengno di nota è anche TecnoMetal, un software che nasce tra i primi nel settore, come componente per Autocad. Molte aziende Italiane di primaria importanza hanno usato questo software per anni, come base della progettazione dei loro manufatti, tra cui importantissime strutture in tutto il mondo.
Un altro di cui si sono un po perse le tracce, ma che fino a poco tempo fa era il riferimento del settore, è ProSteel. Sempre un addon per Autocad, o in alternativa per Microstation. E’ il software sulla base del quale sono stati pensati tutti i citati sopra.
Una altro software, che non abbiamo potuto testare, ma del quale ci è stata offerta una presentazione che ci ha impressionato, è TopSolid. Un software completamente parametrico è di nuovissima concezione. Per spiegarlo in parole semplici, immaginate un Solidworks o un Inventor specifico per le costruzioni metalliche.
E’ un software di cui siamo venuti a conoscenza da poco, è un software di settore con caratteristiche impressionanti per la creazione di strutture in acciaio. Completamente parametrico. Esistono più versioni, una elle quali funziona su base SiemensNX e una su base SolidWorks oltre la proprietaria che funziona su Creo.
Conclusione
Il realtà ne esistono altri, associati a software cam, ma che non hanno la stessa versatilità di quelli citati sopra, pur essendo delle valide alternative.
In questa carrellata abbiamo presentato quelli che conosciamo e crediamo come i più tecnici, ovvero orientati, non solo alla progettazione, ma prima e sopra tutto, abbiamo considerato la loro utilità sotto il punto di vista dalla vera e propria fabbricazione.
Tutti quelli citati, offrono la generazione dei normalini d’officina (i costruttivi), che per la fabbricazione è fondamentale.
Un consiglio spassionato, non pensate di acquistare uno di questi software alla leggera, solo perché avete la disponibilità economica. Per il loro utilizzo è necessaria una curva di apprendimento piuttosto lunga e complessa, non si tratta semplicemente di tracciare linee sullo schermo, ma di realizzare un vero e proprio manufatto virtuale in 3D e ogni software citato, ha i suoi metodi e comandi per farlo, che bisogna conoscere per poterli utilizzare.
La reversibilita delle strutture metalliche negli edifici
Potrebbe sembrare una banilità affermare quanto sia importante il contribuito di professionisti capaci nella realizzazione di opere in acciaio.
Nella pratica non è così, i fabbri, molte volte sono sottoposti dai clienti, a veri e propri miracoli di design e calcoli, per i quali, nella maggioranza dai casi, non sono preparati a svolgere.
Molte volte si viene chiamati per eseguire un lavoro, per il quale non esiste progetto architettonico e neanche quello strutturale, per piccoli lavori, vengono considerati come spese superflue o non necessarie. Il fabbro in questi casi, se vuole eseguire il lavoro, si deve inventare, sulla base della propria esperienza, tutto quanto racchiuso in due differenti lauree.
Avere uno o più studi di progettazione a disposizione, in questi casi, puo rivelarsi una risorsa salvifica, almeno da poter proporre al cliente, con un costo adeguato.
Possiamo affermare con certezza, che un lavoro con uno studio architettonico, seguito da uno strutturale, anche per lavori di piccola entità, risulta sempre un lavoro più ben fatto e quasi sempre, il risultato, è in linea con le aspettative del cliente.
Inoltre poter studiare con il cliente, su carta, le eventuali modifiche da apportare, per venire incontro alle esigenze e gusti specifici, evita di dover modificare in corsa il manufatto vero e proprio. Inoltre riduce al minimo eventuali errori di costruzione, che possono derivare da un progetto esecutivo mal fatto, o del tutto assente.
Il nostro consiglio, in ogni caso, è per prima cosa di ingaggiare un architetto o di consigliarlo, il quale si preoccuperà di interfacciarsi con il cliente, per venire incontro alle sue esigenze, in secondo luogo di rivolgersi a un ingegnere strutturista che possa certificare strutturalmente l’opera e redarre tutta la documentazione necessaria per eseguire l’opera in officina e solo dopo eseguire il lavoro sulla base di quanto progettato.
Questo è il modo giusto di operare, per poter esser certi di eseguire un lavoro a regola d’arte, ogni altro pagliativo fai da te, è e resta un aggiustamento del tutto inadeguato nella maggioranza dei casi.
Un opera eseguita secondo questi principi, se fatta con criterio e con professionisti e fabbri capaci, è possibile paragonarla a un opera d’arte, qualsiasi sia l’oggetto di fabbricazione.
Se per un artista, la realizzazione dell’opera è un dono, per un opera tecnica la progettazione è fondamentale.
Una buona progettazione, ovvero il pensare preventivamente come l’opera sarà finita, permette di ridurre eventuali errori al minimo, quindi, anche la perfezione dell’opera, (senza aggiustamenti durante le lavorazioni), potrà essere massimizzata.
A questo scopo, nelle opere tecniche, si è sempre cercato di realizzare una visualizzazione, il più realistica possibile dell’opera finita.
Tale processo permette non solo di anticipare in modo dettagliato il complesso dell’opera, ma anche di pianificare e ottimizzare i processi di lavorazione per la sua esecuzione.
Il salto tecnologico nell’ambito elettronico e informatico, avvenuto a cavallo della fine degli anni 70 e gli anni 80 e con un evoluzione impressionante fino ai giorni nostri, ha fatto in modo di poter aver a disposizione, non solo di professionisti, ma anche di artigiani, degli strumenti di visualizzazione impressionanti.
Dai semplici Cad 2D per la meccanica, si è arrivati a rendering fotorealistici, tanto da essere più perfetti dell’opera finita stessa, il tutto a vantaggio di una sempre maggiore precisione e di poter esporre nel modo più completo a tutti i soggetti coinvolti, un idea chiara del risultato finale e dei processi intermedi.
Per un fabbro, anche il semplice uso di pochi comandi di un Cad 2D, permette di evitare lunghi processi di tracciatura tradizionali, di ottenere liste di taglio, di far combinare gli elementi in modo preciso e diversi altri vantaggi.
Un Cad 3D permette di progettare e visualizzare l’opera finita, in tutti i suoi elementi, di progettare forme complesse sullo schermo e di ottenere i dettagli di tutte le misure necessarie per la realizzazione dell’opera, senza fare uso di dime o altri lunghi processi.
Quanto più queste visualizzazioni preventive sono precise, dettagliate e realistiche, tanto più si riducono i tempi di fabbricazione.